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La parola ricorrente nell’Omelia di Papa Francesco, dedicata al Papa emerito Benedetto XVI, Joseph Ratzinger (Marktl, 16 aprile 1927 – Città del Vaticano, 31 dicembre 2022) ed al saluto del mondo al Papa teologo, così timido, gentile ma anche tanto forte, è stata “dedizione”. Dedizione ai suoi studi, di cui la Fondazione Ratzinger,con il commosso segretario Georg Ganswein, continuerà l’operato e di cui ancora molto ci sarà da apprendere da parte dei suoi studenti oggi insigni professori, di altri allievi e della collettività tutta; una dedizione che è tutta Sapienza; dedizione a Cristo, fin da piccolo; dedizione al sacerdozio, tanto da convocare da Papa un anno sacerdotale specifico, nel 2009-2010, con sacerdoti, che durante i funerali hanno riempito tre sezioni della piazza e molti ancora per quanti numerosi fossero in questa circostanza come in altre; dedizione al Papato persino nella scelta sofferta e risoluta di dimettersi, quando non ha sentito più le forza idonee al suo mandato, creando una situazione assolutamente atipica nella Chiesa.    

Queste esequie, presenziate da Papa Francesco e celebrate dal Cardinale decano Giovanni Battista Re, del Papa emerito Benedetto XVI sono state un unicum, costruito ad hoc dai cerimoni pontifici, con preghiere specifiche, come non era mai accaduto nella storia. Il Pontefice è stato deposto con i segni di un Pontefice, in tre casse di zinco, di noce, sigillate, con il velo di seta bianca sul viso, medaglie e monete. E dietro questa bara semplice in legno con un Vangelo fermo, in una giornata di dicembre ma sempre in una piazza gremita, non può non andare il pensiero a San Giovanni Paolo II, che Benedetto XVI si sentiva di non poter eguagliare in nessun modo ma che ha affiancato così bene in alcuni suoi momenti salienti, in particolare, come nella stesura definitiva dei documenti del Concilio Vaticano II. Nel cambiamento, nella modernità e nel rinnovamento della Chiesa Papa Ratzinger è stato sempre con garbo la parte conservatrice della Chiesa, con al centro Cristo, convinto già negli anni settanta del secolo scorso che la Chiesa sarebbe divenuta povera, in questa sua evoluzione, non in grandiosità ma proprio verso i poveri, il volto di Cristo, come accade in effetti con Papa Francesco, al quale molto cara è la povertà e l’ausilio agli ultimi. Come Arcivescovo Ratzinger da subito ha assunto il motto, arcivescovile e cardinalizio, di “Cooperatori della verità”, che resta la sua aspirazione alla Verità, totalmente racchiusa in Cristo e programma personale.

E Cristo era così al centro della sua vita tanto da non dimenticare la proclamazione da Papa del Giubileo Eucaristico straordinario, dal 1 febbraio 2013 al 30 novembre 2014, per il 750esimo Anniversario del Miracolo Eucaristico di Bolsena (1263) e della Bolla “Transiturus” di Papa Urbano XVI.

Il Papa emerito è stato autenticamente la Sentinella di Cristo.

Il suo testamento spirituale è una sintesi di ciò che egli ha fatto ove indica con forza di non lasciarsi distogliere dalla fede, con un un pensiero limpido.

La convivenza dei due Pontefici, di Papa Francesco e del Papa Emerito Benedetto XVI, è stata singolare e straordinaria. Papa Francesco ha più volte ribadito “di avere un nonno saggio in casa, che ti indica la via”, in una situazione di stima e di fiducia, sia pur assolutamente inedita per la Chiesa dal profilo istituzionale, forte proprio per il rapporto personale di stima e di amicizia tra i due Pontefici, nonostante il no di Papa Francesco alla Messa in latino, un dolore per Papa Ratzinger ma comunque manifestando sentimenti, con cui sono riusciti a superare i particolari momento.

Non dimenticheremo Papa Francesco con la mano sulla bara di Benedetto XVI, in religioso silenzio, altra caratteristica che ha contraddistinto la vita del Papa emerito, in una piazza affollata con almeno centomila fedeli da tutto il mondo e rispettosa e già con uno striscione: “Santo subito!”.

Non dimentichiamo i momenti significativi di ispirazione dalle opere del Papa emerito per la Fondazione Culturale “Paolo di Tarso” e per il Responsabile dell’area Progetti dott. Fabio Gallo. Come pure non scordiamo i momenti di incontro con Mons. Renzo Giuliano nella Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri di Roma Chiesa di Stato e di dialogo insieme al Prof. Antonino Zichichi proprio sulla pace ritrovata nel binomio di scienza e fede.

E non possiamo dimenticare la pubblicazione realizzata con il Serra Italia dal titolo “Gocce di sorgente, esempi vocazionali” pubblicata per l’Anno Sacerdotale, a cura di Maria Luisa Coppola e di Viviana Normando.  

Anche con la perdita di Papa Benedetto XVI ci sentiamo un po’ orfani ma sappiamo che le sue risorse di studio ed i suoi messaggi di mitezza ma di grande risolutezza, continueranno a caratterizzare la vita e le giornate di molti, come lo è stato per noi, sulla via della fede e della Bellezza e per questo gliene siamo profondamente grati.

Di seguito il discorso di Papa Francesco durante le esequie.

“’Padre – ha detto Papa Francesco – nelle tue mani consegno il mio spirito’ (Lc 23,46). Sono le ultime parole che il Signore pronunciò sulla croce; il suo ultimo sospiro – potremmo dire –, capace di confermare ciò che caratterizzò tutta la sua vita: un continuo consegnarsi nelle mani del Padre suo. Mani di perdono e di compassione, di guarigione e di misericordia, mani di unzione e benedizione, che lo spinsero a consegnarsi anche nelle mani dei suoi fratelli. Il Signore, aperto alle storie che incontrava lungo il cammino, si lasciò cesellare dalla volontà di Dio, prendendo sulle spalle tutte le conseguenze e le difficoltà del Vangelo fino a vedere le sue mani piagate per amore: «Guarda le mie mani», disse a Tommaso ( Gv 20,27), e lo dice ad ognuno di noi: “Guarda le mie mani”. Mani piagate che vanno incontro e non cessano di offrirsi, affinché conosciamo l’amore che Dio ha per noi e crediamo in esso (cfr 1 Gv 4,16). «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» è l’invito e il programma di vita che ispira e vuole modellare come un vasaio (cfr Is 29,16) il cuore del pastore, fino a che palpitino in esso i medesimi sentimenti di Cristo Gesù (cfr Fil 2,5). Dedizione grata di servizio al Signore e al suo Popolo che nasce dall’aver accolto un dono totalmente gratuito: “Tu mi appartieni… tu appartieni a loro”, sussurra il Signore; “tu stai sotto la protezione delle mie mani, sotto la protezione del mio cuore. Rimani nel cavo delle mie mani e dammi le tue”. È la condiscendenza di Dio e la sua vicinanza capace di porsi nelle mani fragili dei suoi discepoli per nutrire il suo popolo e dire con Lui: prendete e mangiate, prendete e bevete, questo è il mio corpo, corpo che si offre per voi (cfr Lc 22,19). La synkatabasis totale di Dio.

Dedizione orante, che si plasma e si affina silenziosamente tra i crocevia e le contraddizioni che il pastore deve affrontare (cfr 1 Pt 1,6-7) e l’invito fiducioso a pascere il gregge (cfr Gv 21,17). Come il Maestro, porta sulle spalle la stanchezza dell’intercessione e il logoramento dell’unzione per il suo popolo, specialmente là dove la bontà deve lottare e i fratelli vedono minacciata la loro dignità (cfr Eb 5,7-9). In questo incontro di intercessione il Signore va generando la mitezza capace di capire, accogliere, sperare e scommettere al di là delle incomprensioni che ciò può suscitare. Fecondità invisibile e inafferrabile, che nasce dal sapere in quali mani si è posta la fiducia (cfr 2 Tim 1,12). Fiducia orante e adoratrice, capace di interpretare le azioni del pastore e adattare il suo cuore e le sue decisioni ai tempi di Dio (cfr Gv 21,18): «Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza».

E anche dedizione sostenuta dalla consolazione dello Spirito, che sempre lo precede nella missione: nella ricerca appassionata di comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate 57), nella testimonianza feconda di coloro che, come Maria, rimangono in molti modi ai piedi della croce, in quella pace dolorosa ma robusta che non aggredisce né assoggetta; e nella speranza ostinata ma paziente che il Signore compirà la sua promessa, come aveva promesso ai nostri padri e alla sua discendenza per sempre (cfr Lc 1,54-55).

Anche noi, saldamente legati alle ultime parole del Signore e alla testimonianza che marcò la sua vita, vogliamo, come comunità ecclesiale, seguire le sue orme e affidare il nostro fratello alle mani del Padre: che queste mani di misericordia trovino la sua lampada accesa con l’olio del Vangelo, che egli ha sparso e testimoniato durante la sua vita (cfr. Mt 25,6-7).

San Gregorio Magno, al termine della Regola pastorale, invitava ed esortava un amico a offrirgli questa compagnia spirituale: «In mezzo alle tempeste della mia vita, mi conforta la fiducia che tu mi terrai a galla sulla tavola delle tue preghiere, e che, se il peso delle mie colpe mi abbatte e mi umilia, tu mi presterai l’aiuto dei tuoi meriti per sollevarmi». È la consapevolezza del Pastore che non può portare da solo quello che, in realtà, mai potrebbe sostenere da solo e, perciò, sa abbandonarsi alla preghiera e alla cura del popolo che gli è stato affidato. È il Popolo fedele di Dio che, riunito, accompagna e affida la vita di chi è stato suo pastore. Come le donne del Vangelo al sepolcro, siamo qui con il profumo della gratitudine e l’unguento della speranza per dimostrargli, ancora una volta, l’amore che non si perde; vogliamo farlo con la stessa unzione, sapienza, delicatezza e dedizione che egli ha saputo elargire nel corso degli anni. Vogliamo dire insieme: “Padre, nelle tue mani consegniamo il suo spirito”.

Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!”.

Foto, fonte: Diretta Rai1. Si ringrazia la Sala Stampa della Santa Sede.

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