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a cura di S.E. l’Arcivescovo Mons. Giuseppe Mani/

Il re della terra e il Re del Cielo. Il vangelo di Natale si apre descrivendoci la situazione storica in cui avviene l’incarnazione del Verbo di Dio: il censimento ordinato dall’imperatore Cesare Augusto. Questo censimento ci offre l’occasione di una lezione spirituale. L’imperatore pretende in effetti di censire “tutta la terra”. Infatti il suo regno si estendeva in gran parte del mondo allora conosciuto. Gli sfuggivano alcune tribù del Medio – Oriente e le orde dei barbari al di la del Danubio. Praticamente recensiva tutta la terra. La bibbia mette in guardia da questi censimenti perché Dio solo è suscettibile di conoscere il numero delle sue creature. Augusto non teme Dio di Abramo e vuol recensire le forze disponibili per difendere il suo regno e intraprendere nuove conquiste. Sa bene che ogni giorno nascono centinaia di bambini nel suo impero e si rallegra ma non sa che quella notte nasce in ragione del suo censimento un piccolo giudeo in viaggio vicino a Bethlemme.
“Due amori hanno fatto due città”. La celebre affermazione di Sant’Agostino ha avuto una piena realizzazione la notte di natale attraverso il confronto tra Augusto e Gesù: il primo al sommo della sua potenza, le sue truppe hanno accumulato le vittorie, il secondo non è che un povero bambino adagiato sulla paglia nato nella precarietà di un luogo riservato agli animali. Se avesse dovuto rispondere alla domanda di Stalin “Quante divisioni ha?” Avrebbe dovuto rispondere “nessuna sulla terra”: Però legioni di angeli accompagnano la sua nascita con canti di lode.
La città di Augusto riposa sulla violenza e non ha altra scelta che censire i mezzi per esercitare la violenza. La città di Gesù riposa sulla semplicità, l’umiltà a l’èmore. E tutto questo non si conta, non si censisce ma si vive discretamente e si propaga. Un giorno Gesù si troverà davanti al rappresentante di Cesare e gli dirà con calma: “Non avresti alcun potere su di me se non ti fosse dato dall’alto”. E un giorno l’impero di Cesare Augusto cadrà come un castello di carta e sparirà dalla faccia della terra. Per una strana ironia della sorte saranno i discepoli di Gesù che permetteranno alla sua lingua di non cadere nell’oblio e la utilizzano ancora nella celebrazione del Natale “Gloria!”.
E’ facile vedere l’attualità della storia di questo Bambino nelle persone rigettate dalle strutture di accoglienza o immigrati rimandati senza ragione nel loro paese di origine. La notte di Natale è propizia per un messaggio ai cuori induriti e si adatta perfettamente alla tematica del rigetto. Alcuni esegeti sdrammatizzano la storia attraverso una lettura meno tragica. “La sala comune non era il posto adatto per loro”. Dare alla luce un bambino in mezzo a gente che durante la notte canta e danza fino al mattino non era il posto adatto. Il silenzio di un luogo ritirato non è il luogo migliore per un parto e per le prime ore della vita di un bambino?
Allora, più che piangere sulla sorte del bambino Gesù non conviene invece di lodare Dio per l’amore di Maria e di Giuseppe di cui ha voluto circondarlo? Gli angeli non sbagliano. Non piangono per la condizione in cui è nato il Salvatore del mondo ma cantano la gloria di Dio e la pace agli uomini in terra. Dov’è questa pace? Certamente non nel cuore di Augusto, tutto preso dalle sue prossime conquiste ma nel cuore dell’umile gente del popolo di Israele che contempla un umile e fragile Bambino. E’ questo bambino che realizza la profezia di Isaia: sarà chiamato “Principe della pace”.

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