Papa Francesco: da prete a prete

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Angelus 01 agosto 2021 Papa Francesco

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Mons. Renzo Giuliano

a cura di Mons. Renzo Giuliano/

Il Papa, come ogni Vescovo, nel suo dialogare con i suoi preti, o meglio, con il suo presbitèrio, ha l’impegno ministeriale di compartecipare e ricordare la grazia dell’ordinazione sacramentale ricevuta e farne sempre riemergere le ragioni della vita chiamata ed eletta. Papa Francesco segue questa tradizione di parola radicandola fortemente su di sé, cioè sulla propria esperienza sacerdotale maturata nella situazione del suo essere un fedele della Chiesa e delle comunità in cui è stato formato ed ha vissuto. E’ così per tutti, o almeno lo dovrebbe, ma per Papa Francesco la percezione di questo radicamento nella propria terra e nella personale singolare storia ministeriale affiora con più evidenza ed immediatezza. In lui ancor più il Ministero diventa Magistero e la prassi vissuta di una Chiesa in conversione coglie la verità dell’agire evangelico e dell’intera realtà. Per tale motivo afferma che “voglio bene ai sacerdoti perché fare il parroco non è facile. E’ più facile fare il vescovo che il parroco! Perché noi vescovi sempre abbiamo la possibilità di prendere le distanze, o nasconderci dietro il ‘sua eccellenza’” (Convegno della Diocesi di Roma, 16 giugno 2014). Radicarsi nella storia, difatti, si traduce nel contestualizzarsi in pieno all’interno della comunità e della vivacità delle molteplici sue relazioni, come anche delle sue opacità. La comunità segna quella identità che si ricerca nella relazionalità, vero ambito di cuore aperto ed attento, e che fa fare l’esperienza della tensione non come ‘nevrosi’, ma come donazione costante ad un cammino di convinta partecipazione nel vivere con gli altri la stessa umanità. Questa intera, non divisibile umanità, per Papa Francesco si chiama “popolo di Dio”, l’importante categoria conciliare che, ri-illuminata con autenticità, ci immette nella visione di quell’universalità di fedeli che “hanno ricevuto l’unzione dello Spirito Santo per non sbagliarsi nel credere e manifesta questa proprietà che gli è particolare mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo” (LG, 12).  Il popolo di Dio, come si evince dal testo conciliare, sa manifestare quel senso della fede che viene suscitato e sorretto  dallo Spirito di verità. Papa Francesco spazia su questa base di duplice tematica: Popolo di Dio ed Unzione.

POPOLO DI DIO
Il sacerdote anzitutto deve accrescere la sua condizione e coscienza di essere parte del popolo di Dio; è questo il dato formativo basilare da far emergere con costante attenzione ed incidenza. Il popolo di Dio fa emergere l’identità del sacerdote nel suo essere in relazione alla comunità che nutre i suoi discepoli e li fa suoi missionari. Essere parte del popolo di Dio è autentica dimensione di libertà in quanto è salvezza.

“Ma quello che lo spirito del mondo non vuole è questo che Gesù ci chiede: il pensiero libero, il pensiero di un uomo e di una donna che sono parte del popolo di Dio e la salvezza è stata proprio questa! Pensate ai profeti… ‘Tu non eri mio popolo, adesso ti dico popolo mio’: così dice il Signore. E questa è la salvezza: farci popolo, popolo di Dio, avere libertà” (29 novembre 2013, S. Marta). Si deve pensare ad una salvezza non individuale, fosse anche di un presbitero, quanto alla salvezza entro l’unità del popolo di Dio che forma la Chiesa: “dobbiamo recuperare la memoria, la memoria della Chiesa che è popolo di Dio” (Convegno diocesano di Roma, 2014).

Al fine di esplicitare e rendere evidente il concetto di ‘popolo di Dio’, di cui sentirsi strettamente parte, Papa Francesco fa riferimento alla chiara terminologia biblica di san Giovanni: “rimanere con il gregge. Mi riferisco alla stabilità, che ha due aspetti precisi: “rimanere” nella diocesi, e rimanere in “questa” diocesi, senza cercare cambi o promozioni. Non si può conoscere veramente come pastori il proprio gregge, camminare davanti, in mezzo e dietro ad esso, curarlo con l’insegnamento, l’amministrazione dei Sacramenti e la testimonianza di vita, se non si rimane in diocesi. … Vedete, la residenza non è richiesta solo per una buona organizzazione, non è un elemento funzionale; ha una radice teologica! Siete sposi della vostra comunità, legati profondamente ad essa! Vi chiedo, per favore, di rimanere in mezzo al vostro popolo. Rimanere, rimanere… Evitate lo scandalo di essere “Vescovi di aeroporto”! Siate Pastori accoglienti, in cammino con il vostro popolo, con affetto, con misericordia, con dolcezza del tratto e fermezza paterna, con umiltà e discrezione, capaci di guardare anche ai vostri limiti e di avere una dose di buon umorismo. E rimanete con il vostro gregge! (Ai nuovi vescovi, 19 settembre 2013); l’istanza, perorata ai vescovi, risuona anche nelle orecchie dei sacerdoti, provvidi collaboratori!

L’icona evangelica del ‘buon pastore’ ha qui una sua plastica configurazione che rimanda sia alla vita del Cristo pasquale che muore e risorge per rimanere con i suoi, sia alla vita delle comunità cristiane che celebrano il mistero di Cristo che vede il Signore rinnovare la sua presenza sacramentale in mezzo ai suoi. Citando il Concilio di Trento, il Papa segnala che “quando latita il pastore o non è reperibile, sono in gioco la cura pastorale e la salvezza delle anime” (Ai nuovi vescovi, 18 settembre 2014) e sia la latitanza come la non reperibilità, segni di un distacco dal gregge, non favoriscono la somiglianza, un riconoscimento di tratti comuni, identificativi di un legame profondo e vincolante: “Dicono che , dopo anni d’intensa comunione di vita e di fedeltà, anche nelle coppie umane le tracce della fisionomia degli sposi gradualmente si comunicano a vicenda ed entrambi finiscono per assomigliarsi” (ivi). E’ richiamata la teologia sponsale che immedesima in un uguale mistero la vita dello sposo e della sposa, come del pastore e del suo gregge; da questa unità e configurazione intensa ed interiore di vita si viene a delineare ogni riforma autentica della Chiesa. Il pastore deve saper ‘abitare’ pienamente fra la sua gente ed offrire uno spazio di ascolto e di accoglienza per loro e per i concreti loro bisogni. Una frase ricorrente di augurio e di esortazione è costante: siate pastori che camminano e camminano davanti, in mezzo e dietro al gregge, a seconda delle diverse situazioni, aiutati da un discernimento spirituale che permetta al pastore di conoscere il momento proficuo per l’uno o l’altro dei suoi atteggiamenti di servizio; è sarà un servizio non “con scadenza fissata, … come medicine che perdono la capacità di guarire o come quegli insipidi alimenti che sono da buttare perché ormai resi inutili” (ivi). La realizzazione dell’unità fra popolo di Dio ed i suoi sacerdoti inseriti in esso sviluppa la comunione la quale deve essere “una tela da tessere con pazienza e perseveranza che va gradualmente ‘avvicinando i punti’ per consentire una copertura sempre più estesa e densa. Una coperta con pochi fili di lana non riscalda” (Ai vescovi brasiliani, 27 luglio 2013); una comunione che non si restringe a pochi, quanto un bene di unità che non dimentica nessuno di chi forma la vastità del gregge. Si tratta di educarsi ad un amore personale per tutti. “Di un parroco una volta ho sentito questo: ‘quell’uomo conosceva il nome di tutta la gente del suo quartiere, anche i nomi dei cani! E’ bello! Era vicino, conosceva ognuno, sapeva la storia di tutte le famiglie, sapeva tutto. E aiutava. Era tanto vicino … . Vicinanza, servizio, umiltà,povertà e sacrificio” (Ai pontifici collegi e convitti, 12 maggio 2014); pare di leggere una pagina evangelica di sapore prettamente parabolico!

Sopra il popolo di Dio il pastore deve esercitare una sua leadership? Papa Francesco non ha remore a rispondere subito che l’unica leadership è il servizio; e cosa intende? “Quando non c’è il servizio tu non puoi guidare un popolo. Il servizio del pastore. Il pastore deve essere sempre a disposizione del suo popolo …. , deve aiutare il popolo a crescere, a camminare. … Alcune volte il pastore deve andare avanti per indicare la strada; altre volte in mezzo per conoscere cosa succede; tante volte dietro per aiutare gli ultimi ed anche per seguire il fiuto delle pecore che sanno dove c’è l’erba buona” (ivi). Ritorna, come detto, il ritornello del pastore “avanti – in mezzo – dietro” il proprio popolo perché camminare con il popolo di Dio dona significato alla presenza ed all’azione pastorale e permette allo stesso pastore di “seguire il fiuto che ha il popolo di Dio per trovare nuove strade” (Ai nuovi vescovi, 19 settembre 2013), le strade nuove di quell’attrazione alla fede che ciascun piano pastorale va ricercando: “Creatività non è soltanto cambiare le cose. E’ un’altra cosa, viene dallo Spirito e si fa con la preghiera e si fa parlando con i fedeli, con la gente” ( Ai presbiteri romani, 16 settembre 2013). L’assenza di questa ‘appartenenza’ stretta del pastore presso il suo popolo fa cadere la profezia e accresce il clericalismo che non è solamente una piccola scivolata, ma un grave sintomo di autoreferenzialità che potrebbe ed è presente nella Chiesa: “guardarsi  allo specchio, incurvarsi su se stessa come quella donna del Vangelo. È una specie di narcisismo, che ci conduce alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato» (ai vescovi argentini, 18 aprile 2013). Su questo tema del clericalismo Papa Francesco ha espressioni sempre forti in quanto, dice, rinchiudersi nelle stanze del proprio ruolo fa ammalare di atmosfera viziata. Oramai è famosa l’immagine di quale aria ci si deve impregnare: “l’odore delle pecore” (Messa crismale, 2013). “Siate pastori con l’odore delle pecore, presenti in mezzo al vostro popolo come Gesù Buon Pastore. La vostra presenza non è secondaria, è indispensabile. La chiede il popolo stesso … . Ne ha bisogno per vivere e per respirare. Non chiudetevi! “(ai nuovi vescovi, 19 settembre 2013).

Diversamente, ci si impregnerà “dell’odore della cipolla”, alias della vanità dei pastori affaristi o dei pastori –principe (12 maggio 2014).
Papa Francesco scende nella realtà sacerdotale con un pensiero ed un linguaggio che sanno di parabola evangelica e trasmettono la sua voglia di comunicare, al di là dei fogli, una vita di sapore biblico ed umano.

UNZIONE
Il Papa recupera la tradizione del gesto dell’unzione dalla sua rituale celebrazione liturgica nella solenne Messa Crismale e si allarga a tutti i suoi significati vitali a riguardo della vita del ministro ordinato. Egli esprime anzitutto un concetto esatto di “liturgia” dicendo, come premessa necessaria: “Dalla bellezza di quanto è liturgico, che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato, passiamo adesso a guardare all’azione” (Messa crismale 2013): la liturgia è azione vitale. Ed un concetto esatto di “unzione”: “Una gioia che ci unge. Vale a dire: è penetrata nell’intimo del nostro cuore, lo ha configurato e fortificato sacramentalmente” (Messa crismale 2014), cioè azione dello Spirito che , con profondità divina, penetra – configura – fortifica la persona e la sua missione. Con ottimo e perspicace umorismo, allungandosi ad uno sguardo anche su una parte di realtà ecclesiale, Papa Francesco stigmatizza le contraffazioni: essere untuosi – sontuosi – presuntuosi (cfr. ivi).

Gli atteggiamenti della Chiesa, e con forza maggiore di quella ministeriale sacerdotale, dovranno tutti conoscere e testimoniare quella fluidità dell’unzione che dal cuore dei consacrati che deve arrivare fino al cuore del popolo di Dio, di tutta la nostra gente. La più evidente e normale pastorale è questa: “La gente che viene sa, per l’unzione dello Spirito Santo, che la Chiesa custodisce il tesoro dello sguardo di Gesù e noi dobbiamo offrirlo a tutti: quando arrivano in parrocchia (forse mi ripeto) quale atteggiamento dobbiamo avere? Dobbiamo sempre accogliere tutti con cuore grande. Come in famiglia. Chiedendo al Signore di farci capaci di partecipare alle difficoltà e ai problemi che spesso i ragazzi e i giovani incontrano nella loro vita.

Dobbiamo avere il cuore di Gesù il quale “vedendo le folle ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. A me piace sognare una Chiesa che viva la compassione di Gesù; compassione è patire con, sentire quello che sentono gli altri, accompagnarli nei sentimenti, come una madre che accarezza i suoi figli” (Al Convegno diocesano di Roma, 16 giugno 2014). Sembra esserci un’intesa fra l’azione dell’unzione del sacerdote e l’azione dell’unzione delle ‘folle’ e da questa sola si raggiunge la fecondità. Da qui si innesta tutto il riferimento di costante appello, e mai saturo, alla misericordia, vera porta aperta per il Regno di Dio. “L’immagine di una porta aperta è sempre stata il simbolo di luce, amicizia, gioia, libertà, fiducia. Quanto abbiamo bisogno di recuperare tutto ciò! La porta chiusa ci danneggia, ci atrofizza, ci separa” (Lettera del Card. Bergoglio all’arcidiocesi di Buenos Aires, 1 ottobre 2012); la forza dello Spirito Santo “è accompagnare il movimento continuo della vita e della storia senza cadere nel disfattismo paralizzante secondo cui il passato è sempre migliore del presente. Urge pensare il nuovo, apportare il  nuovo, creare il nuovo, impastando la vita con il nuovo lievito della giustizia e della santità” (ivi). La fluidità della storia ed il cuore nuovo sono patrimonio dell’uomo di Dio che ha piena fiducia. L’unzione immette nel futuro di Dio. Suggerisce Papa Francesco: “a noi oggi manca il senso della storia. Abbiamo paura del tempo: niente tempo, niente percorsi, niente, niente! Tutto adesso! Siamo nel regno del presente, della situazione” (al Convegno diocesano di Roma, 16 giugno 2014). Di certo un appello ai sacerdoti in primo luogo, oltre che a tutto il popolo di Dio, perché i programmi pastorali ed ogni iniziativa abbiano il marchio della fede la quale sola ci immette nella più sicura traccia di quel solco che viene lavorato da Dio stesso. Per il presente l’azione di chi è impegnato apostolicamente sarà segnata da “accoglienza e tenerezza. Anche i preti, i parroci e i viceparroci hanno tanto lavoro e io capisco che a volte sono un po’ stanchi; ma un parroco che è troppo impaziente non fa bene. A volte io capisco, capisco … “ (ivi). La misericordia è il cuore del pastore in tutto inserito pertanto nel cuore della gente che sente sua e con la quale avviarsi secondo i tempi di Dio che segna i comuni passi; è un principio fondante di formazione che rivolge ai responsabili: “Se non formeremo ministri capaci di riscaldare il cuore della gente, di camminare nella notte con loro, di dialogare con le loro illusioni e delusioni, di ricomporre le loro disintegrazioni, che cosa potremo sperare per il cammino presente e futuro? Non è vero che Dio sia oscurato in loro. Impariamo a guardare più in profondità: manca chi riscaldi loro il cuore, come i discepoli a Emmaus” (Ai vescovi brasiliani, 27 luglio 2013). A tali profondità si può arrivare solo con l’unzione penetrate dello Spirito nella sua Chiesa; ed è questione di “formazione qualificata” e di formazione su queste coordinate di solidità umana, culturale, affettiva, spirituale e dottrinale per le quali il Papa chiede una revisione a fondo delle strutture di formazione e di preparazione, affidandosi ad una saggezza pratica. L’unzione rituale e sacramentale è un dono di comunione che fortifica anche il sacerdote stesso ed ha gli stessi effetti che il cuore misericordioso sostiene nei laici fedeli; potremmo dire un’unzione di benefico boomerang, di reciproco balsamo di fratellanza: “L’unzione è in ordine a ungere il santo popolo fedele di Dio: per battezzare e confermare, per curare e consacrare, per benedire, per consolare ed evangelizzare. E poiché è una gioia che fluisce solo quando il pastore sta in mezzo al suo gregge, anche nel silenzio della preghiera, il pastore che adora il Padre è in mezzo alle sue pecorelle e per questo è una “gioia custodita” da questo stesso gregge. Anche nei momenti di tristezza, in cui tutto sembra oscurarsi e la vertigine dell’isolamento ci seduce, quei momenti apatici e noiosi che a volte ci colgono nella vita sacerdotale e attraverso i quali anch’io sono passato, persino in questi momenti il popolo di Dio è capace di custodire la gioia, è capace di proteggerti, di abbracciarti, di aiutarti ad aprire il cuore e ritrovare una gioia rinnovata” (Messa crismale 2014); veramente il miracolo del reciproco sostegno, miracolo specie nel prenderne coscienza e sentirne la verità e la pace interiore; entrare cioè nella dinamica spirituale vitale dell’essere sotto la tenerezza e la gratuità dell’unico amore di Dio che edifica nell’unità che procede nel suo Spirito. Dispensare i doni e le consolazioni del Signore Gesù matura in questo preciso contesto che solleva alla purificazione del cuore perché pronto a sciogliersi nel sentiero della conversione, nei tratti di questa audacia di speranza. Anche per il sacerdote si può parlare di “inquietudine del cuore”? Papa Francesco risponde di “sì” e, con parole ispirate e di profondo discernimento, come unzione, omelizza: “L’inquietudine della ricerca della verità , della ricerca di Dio, diventa l’inquietudine di conoscerlo sempre di più e di uscire da se stesso per farlo conoscere agli altri. E’ proprio l’inquietudine dell’amore. (Agostino) vorrebbe una vita tranquilla di studio e di preghiera, ma Dio lo chiama ad essere Pastore ad Ippona, in un momento difficile, con una comunità divisa e la guerra alle porte. E Agostino si lascia inquietare da Dio, non si stanca di annunciarlo, di evangelizzare con coraggio, senza timore, cerca l’immagine di Gesù Buon Pastore che conosce le sue pecore, anzi, come amo ripetere, che ‘sente l’odore del suo gregge’, ed esce a cercare quelle smarrite” (Basilica di S. Agostino in Campo Marzio, 28 agosto 2013). Questa ‘unta’ inquietudine, vero dono salutare, ricalca l’esodo dei più grandi personaggi biblici che hanno condotto il popolo di Dio e punta a scoprire l’unicità, l’essenzialità del messaggio, in tensione di annunciare non il pensiero dominante, l’idolatria del pensiero unico (cfr. S. Marta 10 aprile 2014), ma quel pensiero fluito dallo Spirito, come l’apostolo Palo lo vive: il “pensiero di Cristo”  (cf. 1 Cor. 2, 14). L’unzione dice vita di un ministero fecondo ed incisivo che ci interpella sempre: “L’annuncio della fede chiede di conformare la vita a ciò che si insegna. Missione e vita sono inseparabili (cfr Giovanni Paolo II, Pastores gregis, 31). E’ una domanda da farci ogni giorno: ciò che vivo corrisponde a ciò che insegno?” (Al Convegno della diocesi di Roma, 16 settembre 2014).

Ed un’altra domanda: un nuovo stile, o come dicono i media, uno stile Bergoglio?

La vita della Chiesa è legata alla forza della santità la quale mostra due aspetti: la testimonianza e la diversa sottolineatura dei suoi aspetti di vita, secondo l’azione molteplice dello Spirito che guida nel tempo storico.

Stile Bergoglio, allora, sì, perché testimone: il Papa dona testimonianza di come ha vissuto e vive l’esperienza del suo essere prete e di come, vescovo e pastore, l’ha coltivata con il suo presbiterio e con il suo popolo; ed in sincerità, questo dona.

Stile Bergoglio, sì, ma come Papa guidato dallo Spirito il quale ama, ad ogni epoca, rivelare un aspetto, una modalità più incisiva di un particolare suo Dono da vivere per alimentare la santità globale del popolo di Dio. Lo Spirito, per chi è in ascolto, indica che la via della coscienza di popolo di Dio e della missione stretta in esso  di ungere con il suo olio di letizia e di fortezza l’umanità nell’accoglienza e nella misericordia di condivisione è l’appello necessario per la santità dell’oggi ecclesiale.

Don Renzo Giuliano
4 novembre 2014, memoria di San Carlo

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