Papa Francesco: l’Abbraccio con Dominic, il bimbo affetto da paralisi cerebrale, che ha commosso tutti

Ha commosso tutti domenica di Pasqua questo abbraccio di Papa Francesco a un bambino affetto da paralisi cerebrale, cercato tra la folla in piazza San Pietro. Dominic si chiama quel bambino. E suo padre – che si chiama Paul Gondreau, ed è un docente di teologia statunitense – ha proposto una riflessione sull’abbraccio tra il Papa e suo figlio pubblicata sul sito Catholic Moral Theology. La riproponiamo qui di seguito in una traduzione dall’inglese

L'Abbraccio tra Papa Francesco e Dominic nella Domenica di Pasqua che ha commosso tutti
L’Abbraccio tra Papa Francesco e Dominic nella Domenica di Pasqua

Piccoli gesti con grande amore, raccontano che dicesse Madre Teresa. Ieri Papa Francesco ha concesso una benedizione pasquale straordinaria alla mia famiglia compiendo uno di questi gesti abbracciando mio figlio Dominic, che ha una paralisi cerebrale. L’abbraccio è arrivato quando, mentre percorreva la Piazza con la papamobile dopo la Messa, in mezzo a 250 mila persone, ha visto mio figlio. Questo momento di tenerezza, l’incontro di un moderno Francesco con un moderno Domenico (come molti sanno, la tradizione riferisce che san Francesco e san Domenico ebbero la gioia di uno storico incontro), ha commosso non solo la mia famiglia (eravamo tutti in lacrime), non solo quelli che erano vicini (molti dei quali piangevano con noi), non solo le migliaia di persone che stavano guardando  sui maxschermi sulla Piazza, ma il mondo intero. Le immagini di questo abbraccio sono diventate rapidamente virali: il pomeriggio di Pasqua erano già la foto d’apertura del Drudge Report con la didascalia “Trasformate l’odio in amore” (una parafrasi del messaggio Urbi et Orbi di Papa Francesco che è arrivato poco dopo) e adesso mentre scrivo la foto è ancora lì sul Drudge Report. Fox News, NBC Nightly News, ABC Nightly News, e la CNN hanno mostrato tutti quella sequenza. E l’ho trovata in prima pagina su Le Figaro, sul New York Post, sul Wall Street Journal, sul Philadelphia Inquirer, solo per citarne alcuni. Tante volte è difficile provare a spiegare alle persone che non hanno figli diversamente abili che razza di sacrifici nascosti siano richiesti a ciascuno di noi ogni giorno. Riguardo poi a Dominic, lui ha già condiviso la Croce di Cristo molto più di quanto io abbia fatto finora durante tutta la mia vita, anche moltiplicandolo mille volte. Che senso ha tutto questo, mi chiedo? Per di più tendo spesso a vedere la mia relazione con lui da una parte sola. Sì, lui soffre più di me, ma sono sempre io a dover aiutare lui. Che è poi il modo in cui la nostra cultura tende a guardare i disabili: come persone deboli, bisognose, che dipendono così tanto dagli altri e possono contribuire poco – se non niente – alla vita delle persone intorno a loro. L’abbraccio di Papa Francesco a mio figlio ha ribaltato completamente questa logica e, in una maniera piccola ma potente, ha mostrato ancora una volta come la sapienza della Croce confonda la sapienza degli uomini. Perché il mondo intero si è così commosso per le immagini di questo abbraccio? Una donna in Piazza, commossa fino alle lacrime dall’abbraccio, forse ha dato la risposta migliore quando, poco dopo, ha detto a mia moglie: “Lo sa? Suo figlio è qui per mostrare alla gente come si ama”. Mostrare alla gente come si ama. Questa osservazione ha colpito mia moglie, è stata come una conferma venuta dal Cielo di ciò che lei da tempo sospettava: che la vocazione speciale di Dominic nel mondo sia portare la gente ad amare, mostrare alla gente come si ama. Noi esseri umani siamo fatti per amare, ma abbiamo bisogno di esempi che ci mostrino come farlo. Ma come fa una persona disabile a mostrarci come si fa ad amare in un modo che solo una persona disabile è in grado di fare? Perché la Croce di Cristo è dolce ed è di un ordine più alto. La risurrezione di Cristo dalla Croce proclama che l’amore che egli ci offre – e l’amore che noi, a nostra volta, mostriamo agli altri – è il vero motivo per cui lui ha preso su di sé la sua Croce. I nostri cuori di pietra sono trasformati in un cuore simile a quello di Cristo, e quindi resi capaci di trasformare l’odio in amore, solo attraverso la Croce. E nessuno condivide l’esperienza della Croce in maniera più intima delle persone disabili. Per questo diventano i nostri modelli e la nostra ispirazione. Sì, io dò tanto a mio figlio Dominic. Ma lui mi dà di più, molto di più. Io lo aiuto ad alzarsi e a camminare, ma lui mi mostra come si ama. Io lo nutro, ma lui mi mostra come si ama. Io lo porto a fare fisioterapia, ma lui mi mostra come si ama. Io tendo i suoi muscoli e gioco con lui, ma lui mi mostra come si ama. Io lo sistemo e lo tolgo dalla sua sedia, lo porto in giro dappertutto, ma lui mi mostra come si ama. Io perdo il mio tempo, così tanto tempo, per lui, ma lui mi mostra come si ama. Questa lezione, lo ripeto, confonde la sapienza del mondo. Diavolo, mi confonde quando io, suo padre, così spesso non riesco a vedere la sua condizione per quello che è. La lezione che questo mio figlio disabile offre è come una testimonianza potente della dignità e del valore infinito di ogni persona, specialmente di quelle che il mondo considera più deboli e più “inutili“. Attraverso la loro condivisione della “follia” della Croce, i disabili diventano i più forti e i più produttivi tra di noi.
Un’ultima cosa. L’abbraccio di Papa Francesco a mio figlio Dominic indica che non dobbiamo rinchiudere la vicinanza ai poveri espressa dal nuovo Pontefice – e che già si profila come una pietra d’angolo del suo Pontificato – in categorie facili, puramente materiali (e solamente politiche). Il suo abbraccio pasquale a mio figlio si erge come una testimonianza del tipo di “povertà” che egli vuole adottare, la povertà che ha sottolineato nella frase iniziale del suo messaggio Urbi et Orbi: “Vorrei che l’annuncio della risurrezione di Cristo raggiungesse ogni casa e ogni famiglia, specialmente là dove la sofferenza è più grande…”.
Genitori dei figli disabili, alziamoci e troviamo ristoro e incoraggiamento in queste parole semplici ma così profonde“.

Paul Gondreau

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