Il Vaticanese

La “profezia dell’Islam fanatico” di Oriana Fallaci

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Oriana Fallaci

 

A cura di Fabio Gallo – direttore editoriale/

E’ nostra idea proporti l’iniziativa di Liberoquotidiano.it (ringraziamo il Direttore per l’iniziativa di pregio) perché riattualizzare il pensiero davvero contemporaneo di una grande donna: Oriana Fallaci. Siamo abituati a credere che i mistici siano solo operatori delle religioni. Invece un mistico è un profeta che opera nella quotidianità e profeti si è quando tutto ciò che dici si avvera dopo nella realtà. Penso che rileggere di Oriana Fallaci la sua “profezia sull’Islam fanatico” possa aiutare non ad odiare ma a capire perché la conoscenza è oggi più che mai foriera di libertà personale e culturale del Popolo e della patria cui si appartiene. Oggi ci è richiesto questo sforzo e cioè quello di vedere attraverso la nebbia fitta dove stiamo andando. Penso che possiamo anche camminare nel buio pesto se siamo in condizione di conoscere i pericoli che ci circondano. La sintetica descrizione da parte di Oriana Fallaci dei “regimi assolutisti e dittatoriali” e delle “democrazie inanimate o regimi inertamente democratici”, ci offre la possibilità di comprendere immediatamente con chi abbiamo a che fare e qual’è il contesto nel quale noi tutti ci stiamo muovendo. Il fanatismo islamico come la politica che ha perso la sua strada ritrovandosi nella corruzione e ogni tipo di violenza e ingiustizia che porta alla negazione dei diritti umani, traggono sempre origine da qualcosa. Regaliamoci la lettura, regaliamoci un po di attenzione per il nostro futuro e quello dell’Italia.

IL SEGRETO DELLA FELICITA’ E’ LA LIBERTA’. IL SEGRETO DELLA LIBERTA’ E’ IL CORAGGIO
«Il segreto della felicità è la libertà. E il segreto della libertà è il coraggio», diceva Pericle. Uno che di queste cose se ne intendeva. (Tolgo la massima dal secondo libro della mia trilogia: La Forza della ragione. E da questo prendo anche il chiarimento che oltre centocinquanta anni fa Alexis de Tocqueville fornì nel suo intramontabile trattato sulla democrazia in America). Nei regimi assolutisti o dittatoriali, scrive Tocqueville, il dispotismo colpisce il corpo. Lo colpisce mettendolo in catene o torturandolo o sopprimendolo in vari modi. Decapitazioni, impiccagioni, lapidazioni, fucilazioni, Inquisizioni eccetera. E così facendo risparmia l’anima che intatta si leva dalla carne straziata e trasforma la vittima in eroe.

Nelle democrazie inanimate, invece, nei regimi inertamente democratici, il dispotismo risparmia il corpo e colpisce l’anima. Perché è l’anima che vuole mettere in catene. Torturare, sopprimere. Così alle sue vittime non dice mai ciò che dice nei regimi assolutisti o dittatoriali: «O la pensi come me o muori». Dice: «Scegli. Sei libero di non pensare o di pensare come la penso io. Se non la pensi come la penso io, non ti sopprimerò. Non toccherò il tuo corpo. Non confischerò le tue proprietà. Non violenterò i tuoi diritti politici. Ti permetterò addirittura di votare. Ma non sarai mai votato. Non sarai mai eletto. Non sarai mai seguito e rispettato. Perché ricorrendo alle mie leggi sulla libertà di pensiero e di opinione, io sosterrò che sei impuro. Che sei bugiardo, dissoluto, peccatore, miserabile, malato di mente. E farò di te un fuorilegge, un criminale. Ti condannerò alla Morte Civile, e la gente non ti ascolterà più. Peggio. Per non essere a sua volta puniti, quelli che la pensano come te ti diserteranno».

Questo succede, spiega, in quanto nelle democrazie inanimate, nei regimi inertamente democratici, tutto si può dire fuorché la Verità. Perché la Verità ispira paura. Perché, a leggere o udire la verità, i più si arrendono alla paura. E per paura delineano intorno ad essa un cerchio che è proibito oltrepassare. Alzano intorno ad essa un’invisibile ma insormontabile barriera dentro la quale si può soltanto tacere o unirsi al coro. Se il dissidente oltrepassa quella linea, se salta sopra le Cascate del Niagara di quella barriera, la punizione si abbatte su di lui o su di lei con la velocità della luce. E a render possibile tale infamia sono proprio coloro che segretamente la pensano come lui o come lei, ma che per convenienza o viltà o stupidità non alzano la loro voce contro gli anatemi e le persecuzioni.

Gli amici, spesso. O i cosiddetti amici. I partner. O i cosiddetti partner. I colleghi. O i cosiddetti colleghi. Per un poco, infatti, si nascondono dietro il cespuglio. Temporeggiano, tengono il piede in due staffe. Ma poi diventano silenziosi e, terrorizzati dai rischi che tale ambiguità comporta, se la svignano. Abbandonano il fuorilegge, il criminale, al di lui o al di lei destino e con il loro silenzio danno la loro approvazione alla Morte Civile. (Qualcosa che io ho esperimentato tutta la vita e specialmente negli ultimi anni. «Non ti posso difendere più» mi disse, due o tre Natali fa, un famoso giornalista italiano che in mia difesa aveva scritto due o tre editoriali. «Perché?» gli chiesi tutta mesta. «Perché la gente non mi parla più. Non mi invita più a cena»).

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