Il Vaticanese

Un anno insieme a Benedetto XVI. Un anno di Fede, Amore, Guarigione,Verità

Sua Santità Benedetto XVI
Sua Santità Benedetto XVI

Per comprendere un anno, si devono riannodare i fili, allargare gli orizzonti, esplorare i temi affrontati. Perché un anno con Benedetto XVI è qualcosa di profondo, come profondo è questo Papa; è un anno in cui la fede si sposa con la ragione;  Questo anno, in particolare, è stato l’anno in cui è iniziato l’Anno della fede. Ma è stato anche un anno caratterizzato dall’Amore, dalla Guarigione, dalla Parola. E anche di cose concrete, come il Concistoro e Vatileaks. Proviamo allora a riannodare i fili del 2012 di Benedetto XVI,un qualcosa di profondo, come profondo è questo Papa, seguendo le lettere dell’alfabeto.

A come Amore. “Amore e umiltà”. Sono queste le chiavi per leggere e comprendere l’ultimo libro di Benedetto XVI sui Vangeli dell’Infanzia di Gesù. Ma è tutto il Pontificato di Benedetto XVI ad essere caratterizzato da una continua catechesi sull’amore. L’amore di Dio per i suoi figli, l’amore dei figli per Dio, l’amore dei genitori per i figli…

B come Bibbia. Nell’Udienza generale di inizio avvento , Benedetto XVI ha invitato ancora una volta a riprendere in mano la Bibbia in questo anno della Fede. Il ritorno alle Scritture ha sempre rappresentato il centro della pastorale di Benedetto XVI. Il quale fa iniziare ogni catechesi, ogni omelia, ogni Angelus partendo proprio dalla citazione delle Scritture, e da cosa possono significare per l’uomo oggi. E come accostarsi alle Sacre Scritture il Papa lo ha spiegato in un messaggio alla Plenaria della Pontificia Commissione Biblica: “L’ispirazione come azione di Dio fa sì che nelle parole umane si esprima la Parola di Dio”.

C come Concistoro. Il 2012 è stato l’anno dei due Concistori. Il primo ha dato la berretta rossa a quanti spettava in virtù del loro incarico in Curia. Ma ha anche dato un segnale. E cioè che il diritto, per Benedetto XVI, è fondamentale. E che la Chiesa dovrebbe tornare a guardare al diritto canonico, in fondo l’unico codice realmente universale nel mondo globalizzato. Il secondo Concistoro ha completato il primo. Il modo in cui è stato annunciato, durante il Sinodo per la Nuova Evangelizzazione, e il profilo dei sei nuovi cardinali, nessun italiano, nessun europeo, è stato un segnale di universalità della Chiesa Cattolica. Da leggere, forse, meno con gli occhi della politica e più con gli occhi dell’evangelizzazione. Che sono poi gli occhi di Benedetto XVI.

D come Diritti Umani. Il pensiero di Benedetto XVI ha segnato un cambiamento netto nel lavoro diplomatico della Santa Sede. Spesso è stato usato lo slogan “Più Vangelo, meno diplomazia”. Ma non è del tutto esatto. Benedetto XVI parte dalla Verità, e la Verità è scritta nel cuore dell’uomo. Da lì, scaturisce tutta l’attività diplomatica della Santa Sede. Il Papa ha parlato di diritti umani nel discorso di inizio 2012 agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, in un discorso ampio che andava a toccare anche temi come l’obiezione di coscienza, la difesa della libertà religiosa e la difesa delle minoranze religiose. E poi, tutta l’attività della Santa Sede si è tarata sulla difesa dell’ “universalità” dei diritti umani. Una attività, una battaglia diplomatica combattuta su temi caldi come il diritto all’aborto, entrato recentemente in maniera strisciante in una risoluzione ONU.

E come Ecumenismo. Lo sforzo di Benedetto XVI per ricongiungere le Chiese sorelle è andato avanti, incessante. Una lezione sull’ecumenismo è stato l’incontro che ha avuto con Rowan Williams, primate della Chiesa Anglicana , presso la chiesa di San Gregorio al Celio. E intanto si prepara un possibile incontro tra Cattolici e Luterani nel Settecentenario della Riforma. Ma l’obiettivo non è quello di una comunione delle diverse comunità ecclesiali. Il Papa vuole una comunione visibile, dei sacramenti.

F come Fede. Sin da quando Benedetto XVI ha cominciato il suo ministero petrino, ha sostenuto che il suo programma era quello di mettersi in ascolto di Dio. Un programma di fede, che in quest’anno è arrivato al suo culmine. L’Anno della fede, fortemente voluto da Benedetto XVI, rappresenta forse il climax del suo Pontificato. Ma è stato preparato, incessantemente, dal Papa, con il suo continuo riferirsi alla fede, e con il suo continuo insistere sulla gioia che ha questa fede. “Dio – ha detto il Papa nell’omelia della Messa della Notte di Natale – non può entrare nel mio cuore se io non gli apro la porta. Porta fidei! La porta della fede!” Aprire la porta della fede, per riportare l’uomo a Dio.

G come Guarigione.  Con l’Anno della fede, è il momento di guarire, di rimarginare le ferite. Le ferite di un Concilio tradito e mai compreso, le ferite di una Chiesa che si è allontanata da se stessa. E non è un caso che il Papa di guarigione abbia parlato proprio nella messa che concludeva il Sinodo per la Nuova Evangelizzazione. Ma soprattutto, ne ha parlato in una catechesi del mercoledì tutta incentrata sul desiderio di Dio nel cuore dell’uomo. “Se ciò che sperimento – aveva detto il Papa – non è una semplice illusione, se davvero voglio il bene dell’altro come via anche al mio bene, allora devo essere disposto a de-centrarmi, a mettermi al suo servizio, fino alla rinuncia a me stesso.”E’ il senso base “della risposta alla questione sul senso dell’esperienza dell’amore passa quindi attraverso la purificazione e la guarigione del volere, richiesta dal bene stesso che si vuole all’altro. Ci si deve esercitare, allenare, anche correggere, perché quel bene possa veramente essere voluto.”

I come Istituzione. “Gli Apostoli non hanno varato la Chiesa con la forma di una Costituente che doveva fare la Costituzione”. Benedetto XVI lo ha ricordato ai vescovi nella prima sessione del Sinodo della Nuova Evangelizzazione. E ha sottolineato che “solo con iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, e anche oggi l’inizio deve venire da Dio”. Quante volte Benedetto XVI ha dovuto difendere l’istituzione della Chiesa? Lui, che la fa risalire direttamente a Dio, vuole che la Chiesa si fondi sulla verità. Ma quanti sono gli attacchi a questa verità? Nell’ultimo anno, l’istituzione Chiesa è stata attaccata dall’esterno, in vari modi. Il primo obiettivo è stato sempre quello di mettere sotto attacco la sovranità della Santa Sede, il suo poter essere libera di esprimere la verità nel mondo, il “pezzo di terra che le permette di compiere la sua missione” come diceva Pio XI. Una battaglia che si è consumata con le accuse di corruzione, con gli attacchi sulla trasparenza finanziaria, con le delegittimazioni delle sue posizioni. Benedetto XVI ha risposto sempre volando alto. La Chiesa è “la memoria” del mondo, ha detto nel suo discorso di auguri alla Curia.

L come Legalismo. “Diritto e giustizia sono sempre collegati”. Lo ha detto ai canonisti Benedetto XVI in un discorso di inizio 2012 alla Rota Romana. E di legalismo ha parlato anche nel suo libro sui Vangeli dell’Infanzia.  L’arresto di Paolo Gabriele, le indagini, i processi e le sentenze hanno reso visibile il modo in cui diritto e giustizia sono realmente collegati in Vaticano. La vera difesa di Paolo Gabriele in aula è stata, in fondo, l’arringa del promotore di Giustizia Picardi, che addirittura ha proposto una innovazione giuridica che faceva del Vaticano uno Stato ancora più moderno. D’altronde, il fatto che il pm nel sistema giuridico vaticano si chiami Promotore di Giustizia è emblematico e indicativo.

M come Martirio. Nell’anno 2012, 105 mila cristiani sono stati uccisi. E tra loro molti erano martiri consapevoli. Il senso del martirio come testimonianza è stato ricordato da Benedetto XVI in particolare nell’incontro con il Venerabile Collegio Inglese di Roma, dedicato al martire Thomas Becket. In quell’occasione, il Papa ha detto: “Avete sentito molto parlare della nuova evangelizzazione, la proclamazione di Cristo in quelle parti del mondo dove il Vangelo è stato già predicato, ma dove in misura maggiore o minore i tizzoni ardenti della fede sono divenuti freddi ed ora hanno bisogno di essere rinverditi nuovamente fino a divenire fiamma…Il fuoco nella sacra Scrittura frequentemente serve ad indicare la presenza divina…Proprio come un piccolo fuoco può incendiare un’intera foresta, così la testimonianza fedele di pochi può liberare il potere purificante e trasformante dell’amore di Dio così che si diffonde come fuoco nella comunità di una nazione”.

N come Nuova Evangelizzazione. Nell’Angelus del giorno di Santo Stefano, Benedetto XVI ha indicato come modello della Nuova Evangelizzazione il primo martire cristiano, che si è “lasciato attrarre dall’amore di Dio”. È questo lasciarsi attrarre, questo lasciarsi guidare da Dio uno dei temi ricorrenti di Benedetto XVI. Perché l’uomo oggi non crede più? Perché non si pone più in ascolto della parola di Dio. E allora l’Anno della fede è anche l’anno in cui la Nuova Evangelizzazione viene celebrata con un Sinodo tutto dedicato al tema. Perché Cristo deve tornare anche nei Paesi che una volta avevano fede. E non bastano le nuove tecnologie per diffondere l’annuncio. Ci vuole la Parola.

O come Oblio. Oblio, ovvero dimenticanza. La missione di Benedetto XVI è di far ricordare di Dio al mondo che lo dimentica. Sempre più spesso, in quest’ultimo scorcio dell’anno, il Papa ha parlato di un mondo “distratto”. Lo ha fatto in un messaggio al patriarca Bartolomeo, lo ha fatto nella catechesi di inizio avvento. Ma è anche l’oblio della civiltà, che “conosce soltanto se stessa” e non conserva memoria dell’uomo. Per quello c’è la Chiesa.

P come Parola di Dio. La parola di Dio è il centro della predicazione di Benedetto XVI. Si parte sempre da lì, perché da lì scaturiscono tutti gli orientamenti del suo pontificato. La Parola presuppone un ascolto. E il Papa, omaggiando la Madonna di piazza di Spagna il giorno dell’Immacolata, ha voluto sottolineare che se l’Annunciazione “accadesse ai nostri tempi, non lascerebbe traccia nei giornali e nelle riviste, perché è un mistero che accade nel silenzio. Ciò che è veramente grande passa spesso inosservato e il quieto silenzio si rivela più fecondo del frenetico agitarsi che caratterizza le nostre città, ma che – con le debite proporzioni – si viveva già in città importanti come la Gerusalemme di allora”. L’attivismo che ci distrae da Dio in contrasto con il silenzio nel quale viveva Maria “raccolta e al tempo stesso aperta all’ascolto di Dio”.

Q come Quotidianità. Benedetto XVI è un Papa che ama la quotidianità. La sua umiltà, la sua semplicità, lo portano ad apprezzare le piccole gioie della vita. E’ una quotidianità che è stata messa a dura prova dal tradimento di Paolo Gabriele. Ma è una quotidianità che gli dà tranquillità, che gli permette di continuare a lavorare, a fare ciò che gli piace. Tutti i momenti liberi sono stati dedicati alla stesura dell’ultimo libro su Gesù di Nazaret. Ora, dopo che termineranno i momenti di quotidianità delle feste, si dedicherà forse a scrivere l’Enciclica sulla fede. Il suo ministero, in fondo, lo può vivere solo se non perde di vista le cose che ama.

R come Radici. Benedetto XVI guarda alle radici della fede, e anche alle radici dell’uomo. Nei suoi discorsi agli uomini della cultura   i concetti che esprime riguardano prima di tutto la legge naturale, l’essenza dell’uomo. Da lì, vengono tutti i grandi temi: il dialogo tra le religioni, l’educazione, il dialogo tra le culture. Tornare alle radici non significa tornare indietro. Significa piuttosto andare a comprendere l’uomo nella sua verità di essere creato e in relazione con Dio.

S come Sinodo. Come di consueto, Benedetto XVI ha partecipato a molti dei lavori del Sinodo per la Nuova Evangelizzazione. Un Sinodo cui il Papa teneva particolarmente. Perché l’annuncio della fede non va fatto solo a quanti non hanno ancora conosciuto Cristo. Va fatto anche a quanti sono battezzati e hanno perso di vista la fede. Un tema che il Papa sente impellente, sin da quando, al primo incarico da viceparroco, passava ore in confessionale. Da quell’esperienza ricavò un saggio, “I nuovi pagani e la Chiesa”. Basterebbe rileggerlo per capire il senso della Nuova Evangelizzazione. E da lì al Sinodo, ovvero alla richiesta ai vescovi di dare risposte al tema, il passo è davvero breve.

T come Tradizione. Tradizione, per Benedetto XVI, significa guardare alle radici della Chiesa. Non significa un tornare indietro, ma semplicemente riconoscere che le verità di fede sono rimaste immutate.  In nome di questa tradizione, Benedetto XVI ha liberalizzato l’antico rito ed ha avviato un dialogo anche con i tradizionalisti della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ma tradizione non è tradizionalismo. E così, il dialogo sembra essersi arenato. Alle aperture di un Papa ansioso di ricomporre uno scisma sono succedute le chiusure degli altri. Forse tutti dovrebbero aprire con il Papa la porta della Fede, per ricomporre le fratture.

U come Universalità Cattolica, cioè universale. È questa la Chiesa come la dipinge Benedetto XVI. Che nel nome dell’universalità ha rilanciato il dialogo ecumenico, il dialogo interreligioso, il dialogo con il mondo della cultura, dialogo con quanti non hanno riferimenti religiosi. Che nel nome dell’universalità ha voluto un incontro di Assisi “diverso”,  mettendo in luce ciò che davvero di universale hanno le religioni di tutto il mondo: la spiritualità, la preghiera, il rapporto con il creatore. Ed il segno di questa universalità il Papa l’ha voluto dare alla conclusione del Sinodo per la Nuova Evangelizzazione, spiegando il motivo per cui aveva convocato un secondo Concistoro del 2012. “Io ho voluto – ha detto il Papa – con questo piccolo Concistoro, completare il Concistoro di febbraio, proprio nel contesto della Nuova Evangelizzazione, con un gesto dell’universalità della Chiesa, mostrando che la Chiesa è Chiesa di tutti i popoli, parla in tutte le lingue, è sempre Chiesa di Pentecoste; non Chiesa di un Continente, ma Chiesa universale. Proprio questa era la mia intenzione, di esprimere questo contesto, questa universalità della Chiesa; è anche la bella espressione di questo Sinodo”. E l’universalità della Chiesa è stata anche il centro del dibattito sinodale. Un Sinodo che il Papa vede come “edificante, consolante ed incoraggiante” perchè in esso ha visto “lo specchio della Chiesa universale con le sue sofferenze, minacce, pericoli e gioie, esperienze della presenza del Signore, anche in situazioni difficili”.

V come Vatileaks. Lo scandalo ha sicuramente colpito il Pontefice. Che però ne è uscito rafforzato, e con un colpo di spugna che ha riportato tutto sotto il suo controllo. Nonostante le guerre intestine di vecchi e nuovi membri della Curia, di alcune parti che vogliono come “comprarsi” l’istituzione Chiesa, Benedetto XVI è rimasto là. Si è tenuto stretto i suoi collaboratori diretti. Si è lacerato, domandandosi perché un giuramento sacro è stato tradito, e da una delle persone che gli erano più vicine. Ma ha terminato l’anno perdonando Paolo Gabriele, il maggiordomo infedele. La grazia sottolinea come diritto e giustizia non solo vanno insieme, per Benedetto XVI, ma sono accompagnate da un’altra caratteristica, tipicamente cristiana: la misericordia.

Z come Zelo. Zelo significa “dedizione, solerzia, fervore”. E sono tutte le qualità che Benedetto XVI ha messo in tutti gli anni di Pontificato. Un Papa zelante nel raccontare la fede, nel diffonderla, nel cercare di spiegare la fede con argomenti di ragione. Lo ha fatto ogni giorno di quest’anno, con i suoi discorsi e i suoi esempi. Un Papa zelante, perché pieno di amore della fede.

Fonte:Korazym.org

 

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