Redazione Il Vaticanese

Coronavirus. Aumentano i preti uccisi dal virus. Il Papa telefona al vescovo di Bergamo

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Cresce di giorno in giorno il numero dei sacerdoti morti a causa del contagio, altre decine sono positivi, ricoverati o in terapia intensiva. I messaggi dei pastori di Bergamo, Milano e Parma

La Chiesa di Robbiano in Lombardia

La Chiesa di Robbiano in Lombardia

a cura della Redazione/

Ancora morti tra i sacerdoti, un bollettino che si allunga di giorno in giorno, con due vittime a Milano in 24 ore e le situazioni più pesanti nelle diocesi di Bergamo e Parma. Il Papa ha voluto farsi vicino alla diocesi orobica chiamando il suo vescovo Francesco Beschi. Preti che hanno servito le loro comunità per una vita ora vengono tumulati senza funerale, al pari delle altre vittime di coronavirus. Verrà il tempo delle celebrazioni di suffragio, ora è quello della doverosa memoria per chi ha speso la vita per donarsi ai fratelli, ed è morto insieme a loro.

Si ammalano e muoiono come gli altri, insieme agli altri, forse persino più degli altri, anche se ora è molto difficile azzardare questo genere di contabilità statistica. I preti italiani stanno in mezzo alla gente, da sempre, per missione ma prima ancora per la natura popolare del nostro clero. Inevitabile trovare anche loro nell’elenco delle vittime mietute da questa spaventosa epidemia. In alcune diocesi con numeri impressionanti.

È certamente il caso di Bergamo dove sinora i sacerdoti morti per o con il virus (ma davvero importa la differenza tra l’una e l’altra categoria?) sono addirittura 10: don Remo Luiselli (81 anni), don Gaetano Burini (83), don Umberto Tombini (83), don Giuseppe Berardelli (72), don Giancarlo Nava (70), don Silvano Sirtoli (59 anni), don Tarcisio Casali (82), monsignor Achille Belotti (82), don Mariano Carrara (72) e monsignor Tarcisio Ferrari (84), la figura più nota essendo stato segretario dell’arcivescovo Gaddi dal 1963 al 1977.

Anche la diocesi di Parma sta pagando un tributo pesante con 5 sacerdoti morti: don Giorgio Bocchi e don Pietro Montali (entrambi 89enni), don Andrea Avanzini (il prete più giovane che risulta morto sinora con i suoi 55 anni, contagiato probabilmente dalla madre anziana, positiva, con la quale viveva) e il 94enne don Franco Minardi, che fu secondo direttore della Caritas diocesana. Ultimo deceduto per ora, martedi’ 17, don Fermo Fanfoni, 82 anni.

La diocesi di Reggio Emilia-Guastalla è stata privata di don Guido Mortari, 83 anni, per mezzo secolo alla guiida della stessa parrocchia cittadina, Sant’Agostino.

Figura assai nota nella sua diocesi per l’impegno accanto ai più emarginati è quella di don Giorgio Bosini, 79 anni, della diocesi di Piacenza–Bobbio, fondatore del Ceis locale (oggi associazione La Ricerca onlus), già molto malato e del quale dunque è ancora difficile ricondurre con certezza la morte al virus, al pari dei due gemelli don Mario e don Giovanni Boselli, 87 anni, incredibilmente morti a pochi giorni di distanza. Certamente ucciso dal contagio don Giovanni Cordani, 83 anni, parroco di Rivergaro, a lungo insegnante.

Cremona conta due morti: il giornalista don Vincenzo Rini (grande amico di Avvenire), 75 anni, e don Mario Cavalleri, ben 104 anni, per un trentennio alla guida della “Casetta”, realtà di accoglienza per poveri, tossicodipendenti e profughi.

Milano grande emozione ha suscitato la scomparsa di don Marco Barbetta, 82 anni, cappellano del Politecnico, figura nota nel movimento di Cl, primo prete ambrosiano vittima del virus. Sgomento analogo per la morte, dopo giorni di lotta in terapia intensiva, di don Luigi Giussani, 70 anni, vicario della popolare parrocchia milanese di San Protaso, omonimo del fondatore di Comunione e Liberazione e tra i riferimenti del movimento in città (tanto da essere ribattezzato affettuosamente “Giussanello” tra i tanti amici), oltre che assistente spirituale degli studenti all’Università Statale, teologo e intellettuale finissimo, animatore in parrocchia di catechesi per gli adulti delle quali circolano appunti specchio del suo pensiero rigoroso e spalancato sulla speranza. Due preti ambrosiani legati a Cl, entrambi sempre in mezzo ai giovani.

Della diocesi di Lodi era don Carlo Patti, 66 anni, pure lui morto martedì 17 marzo.

Una vittima anche in diocesi di Brescia: don Giovanni Girelli, 72 anni, in servizio nell’unità pastorale di Orzinuovi, cittadina falcidiata dal Covid–19.

Due morti anche nelle diocesi del Piemonte: a Casale Monferrato don Mario Defechi, 89 anni, e a Tortona don Giacomo Buscaglia, 82.

Decine i sacerdoti positivi, alcuni in condizioni gravi, una situazione che potrebbe costringere presto ad aggiornare questa spoon river dei preti italiani.

Capitolo a parte per i religiosi e le religiose, una contabilità di vittime tutta da ricostruire. In redazione per ora sono giunte le notizie di due decessi legati al virus. A Lecco è morto padre Remo Rota, missionario sacramentino, 77 anni, originario della Valle Imagna ma lecchese di adozione. Per 38 anni in Congo, di sé amava dire, con semplicità: “Ho fatto di tutto, spero di aver fatto bene anche il prete, con i miei difetti”. Lutto anxche tra i Saveriani di Parma: il coronavirus si è portato via padre Nicola Masi, poliglotta e giramondo, a lungo a Belem, in Amazzonia, dove ha condiviso la vita dei più poveri.

La telefonata del Papa al vescovo di Bergamo

Monsignor Francesco Beschi, vescovo della diocesi di Bergamo che sta pagando un tributo pesantissimo con le numerose vittime tra il suo clero, ha ricevuto nella mattinata di mercoledì 18 marzo una telefonata dal Papa, della quale dà conto in un messaggio alla diocesi: “Il Santo Padre è stato molto affettuoso manifestando la sua paterna vicinanza, a me, ai sacerdoti, ai malati, a coloro che li curano e a tutta la nostra Comunità. Ha voluto chiedere dettagli sulla situazione che Bergamo sta vivendo, sulla quale era molto informato. È rimasto molto colpito dalla sofferenza per i moltissimi defunti e per il distacco che le famiglie sono costrette a vivere in modo così doloroso. Mi ha pregato di portare a tutti e a ciascuno la sua benedizione confortatrice e portatrice di grazia, di luce e di forza. In modo particolare mi ha chiesto di far giungere la sua vicinanza ai malati e a tutti coloro che in diverso modo stanno prodigandosi in modo eroico per il bene degli altri: medici, infermieri, autorità civili e sanitarie, forze dell’ordine. Un sentimento di profondo compiacimento lo ha espresso verso i nostri sacerdoti, colpito dal numero dei morti e dei ricoverati, ma anche impressionato in positivo dalla fantasia pastorale con cui è stata inventata ogni forma possibile di vicinanza alle famiglie, agli anziani e ai bambini, segno della vicinanza stessa di Dio. Papa Francesco ha promesso che ci porta nel suo cuore e nelle sue preghiere quotidiane. Questo suo gesto così delicato di premura e la sua benedizione di padre è stata una eco, una continuazione, una realizzazione concreta per me e sono convinto per l’intera diocesi e per ciascuno di quella carezza del nostro santo Giovanni XXIII che ieri abbiamo invocato nella supplica e che la natura con i primi germogli di primavera ci sta riconsegnando”, un’evocazione del gesto compiuto il giorno precedente a Sotto il Monte per invocare l’intercessione del santo Pontefice bergamasco.

Il dolore di Delpini

In una lettera alla parrocchia di San Protaso, della quale era vicario, l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini esprime il suo cordoglio per la scomparsa di don Giussani: “Partecipo con dolore e con speranza alla preghiera di suffragio e di riconoscena di coloro che hanno conosciuto, stimato e amato don Luigi Giussani, per tanti anni insegnante nella scuola, nella pastorale per gli studenti universitari, nel servizio pastorale alla parrocchia di San Protaso. Nel suo ministero ha avuto cura soprattutto dei rapporti personali, di percorsi intelletttuali, di un radicamento nella cerchia degli amici, dando e ricevendo sostegno e testimonianza. Nella comunione dei santi lo accolgono ora gli amici trasfigurati dalla gloria di Dio, e noi lo ricordiamo con affetto e gratitudine nelle nostre preghiere”.

«Dolore nel dolore». Il messaggio del vescovo di Parma

I preti morti in questi giorni sono stati tumulati senza rito funebre, come tutte le altre vittime del virus. Come i suoi confratelli delle diocesi coiunvolte, anche il vescovo di Parma Enrico Solmi ha rimandato alla fine dell’emergenza una Messa di suffragio per i sacerdoti che hanno pagato con la vita l’esposizione al contagio. Intanto ha però voluto rivolgere alla diocesi, provata da tanti lutti, un suo messaggio. Eccolo.

«È dolore nel dolore vedere che anche i sacerdoti si ammalano – a volte per zelo pastorale – e vanno oltre la porta del triage dove, comprensibilmente, nessuno può entrare. Poi, alternandosi speranze e ricadute, ci lasciano. Cinque sono i preti della Diocesi che sono morti dall’inizio di questa epidemia. Anche loro hanno condiviso questa via crucis e al Vescovo resta la fitta dell’apprenderne la morte – come un colpo che fa piegare le ginocchia – il dolore che pervade me e il presbiterio, le comunità. Scatta il suffragio nella preghiera, nella celebrazione eucaristica e si profilano domande anche pastorali sul dopo. A me vescovo e pochissimi altri spetta l’attesa della salma al cimitero. La preghiera breve, come atto penultimo di un accompagnamento fatto di segni e di suffragio, in attesa di potere celebrare degnamente la Santa Messa in suffragio, quando si potrà, dando l’occasione ai fedeli e a chi ha condiviso anni di compagnia e prossimità – don Franco settant’anni nella stessa parrocchia! – di salutare il parroco e di affidarlo al Padre della Misericordia. Sono tra le fasi più dolorose della vita di un povero vescovo come me, sostenute dalla certezza della Risurrezione, della Vita eterna, invocando ancora forza per il gregge e il pastore e Luce per essere condotti là dove il Signore ci indica, procedendo come lui vuole.

Fonte Avvenire

Per segnalare aggiornamenti sui sacerdoti e i consacrati scomparsi per effetto del contagio: f.ognibene@avvenire.it. Grazie

(Ha collaborato Chiara Genisio)