Redazione Il Vaticanese

Don Ennio Stamile: Il fondamento della fede cristiana è la resurrezione di Cristo.

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Il fondamento della fede cristiana è la resurrezione di Cristo. Lo aveva compreso un uomo convertito proprio dall’incontro con il Risorto: Paolo di Tarso.

Don Ennio Stamile Referente di Libera Calabria

Don Ennio Stamile Referente di Libera Calabria

A cura di Don Ennio Stamile/

Il fondamento della fede cristiana è la resurrezione di Cristo. Lo aveva compreso un uomo convertito proprio dall’incontro con il Risorto: Paolo di Tarso. Per questo nelle sue Lettere sottolinea: “se Cristo non fosse risuscitato dai morti vana sarebbe la nostra fede”. Vana, appunto, perché priva del suo contenuto essenziale che le dà sostanza, senso, coraggio, speranza. Che non la fa essere religione del Libro, di un non meglio identificato nirvana, della fuga mundi, dei riti esoterici protesi a levigare lo spirito dell’umo, perché esso si compia a prescindere dal quella sorta di “Grande Architetto” dell’universo appeso chissà dove da variopinte teorie antropologiche, che lo vogliono distante e distinto dall’uomo e dal creato.

L’incontro con il Risorto, cioè con una Persona, Gesù Cristo, che non ha eliminato la morte, la croce, la sofferenza, ma ci è passato dentro fino in fondo, indicando all’uomo una via per redimerle: quella dell’amore. La Chiesa che è “Madre e Maestra”, propone il Vangelo di Giovanni come annuncio di Pasqua. Di primo acchito il brano potrebbe sembrare quanto meno paradossale perché non contiene alcun annuncio esplicito di tal genere. Eppure, a ben gradare in esso si riescono a leggere almeno due inviti che attraverso la Maddalena, una donna che non si arrende dinnanzi alla morte di colui che ne ha riconosciuto la sua dignità, acceso la sua fede, illuminato la sua speranza, giungono fino a noi.

Il primo: mettere in discussione i finali scritti nella nostra vita. “Credere nella risurrezione di Cristo significa chiedere al Signore di rompere innanzitutto con le nostre rigidità sul nostro presente e soprattutto sul nostro futuro. Su quante cose, per paura o per rassegnazione, abbiamo scritto il nostro finale scontato”.

In Calabria siamo maestri a tal punto che ripetiamo spesso “e chi ci putimu fa” (e cosa possiamo fare?, ndr.). C’è un “dopo” che inizia con la resurrezione di Cristo. Lo hanno compreso non solo la stessa Maria di Magdala, che ritorna da quel luogo di morte totalmente rinnovata e capace di annunciare persino agli apostoli che la morte non è l’ultimo inesorabile destino della vita di ognuno. Ma anche Pietro, colui che dinanzi alla prepotenza del potere istituito, non è stato capace di fronteggiare neanche una umile inserviente che gli ha chiesto conto della sua identità, della sua storia di sequela, rinnegando il Cristo.

Bellissima la pericope che ritroviamo nella sua prima Lettera: “noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione”. Dopo la resurrezione inizia il suo nuovo percorso apostolico che lo porterà fino al martirio passando per la casa del Centurione Cornelio dove si renderà conto che “Dio non fa preferenze di persone”. Soprattutto noi cristiani siamo chiamati in Calabria a visitare quei luoghi dove la croce permane per annunciare con la nostra vita e con il nostro impegno che c’è un “dopo”. A Rosarno innanzitutto, dove centinaia di immigrati vivono l’emarginazione in quel loro ghetto-spazzatura, sottoposti ancora alla logica del caporalato e dello sfruttamento. A lavoratori che vivono il dramma della disoccupazione, del lavoro nero o sottopagato. A quei 107.500 italiani, di cui 5.000 calabresi, che hanno dovuto lasciare l’Italia per cercare lavoro all’estero nello scorso anno. Alle vittime della malasanità e della malapolitica, ai 22.000 carcerati che attendono giustizia, ai tanti familiari delle vittime innocenti delle mafie che ancora attendono anch’essi giustizia. L’elenco, lo sappiamo, è ancora lungo, purtroppo.

Il secondo motivo che la pagina evangelica giovannea ci consegna è quello di ridare il primato all’amore. Per credere alla risurrezione bisogna decidersi di dare questo primato alla nostra vita: lasciarsi amare da Cristo, che ci dona uno sguardo capace di scorgere segni di vita e di speranza in luoghi e situazioni dove tutto sembra orientare alla morte e al fallimento. Primato dell’amore, sui venti di guerra nucleare che spirano in Corea del Nord. Primato dell’amore, sulle logiche belligeranti che lanciano missili per vendicare la morte innocente dei bambini siriani, ma che non si preoccupano affatto dei 3.100.000 bambini che ogni anno muoiono di fame, sei ogni minuto. Primato dell’amore, sul vizio antico e sempre nuovo, di soddisfare il delirio delle armi più efficaci e più moderne per sconfiggere il nemico, incentivato dalle multinazionali che governano il mondo. Primato dell’amore, sui compromessi, comparaggi, intrecci, finalizzati alla logica delle appartenenze, politiche, ‘ndranghetiste, massoniche, ecclesiali.

Che prevalga finalmente questo primato in ogni situazione della nostra vita.

Buona Pasqua a tutti.

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