Redazione Il Vaticanese

Il cardinale Koch: “Il sangue dei martiri sarà seme dell’unità della Chiesa”

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kurt-koch-cardinaleIntervista con il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. “Il sangue dei martiri cristiani – dice - è un grande dono per la Chiesa. Siamo grati della testimonianza che danno della fede a costo della loro stessa vita. Siamo grati per la loro fedeltà”. Sulla celebrazione comune della Pasqua afferma: “E’  la festa più importante di tutti i cristiani. E’ quindi molto importante trovare una data comune ma non è facile”.

Fonte Sir Servizio a cura di Maria Chiara Biagioni 

“Il sangue dei martiri cristiani sarà seme dell’unità del corpo di Cristo. Questa è la mia speranza. Questa è anche la convinzione di papa Francesco. Il sangue non divide ma unisce i cristiani”. Il cardinale Kurt Koch è il presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani ed è appena tornato nel suo ufficio romano dopo quattro “bellissime” giornate trascorse ad Ariccia con il Papa per gli esercizi spirituali di Quaresima. Giornate scandite dalla meditazione, dalla preghiera, dalla celebrazione della messa, delle odi e dei vespri. Ma soprattutto  da un  “assoluto silenzio”. “Non ci si parlava neanche durante la cena o il pranzo – racconta il cardinale -. Durante i pasti c’era una lettura e una musica. Ma questo silenzio parlava più di molte parole”.

I cristiani sono divisi anche nella celebrazione della Pasqua. Il Papa e il Patriarca Bartolomeo hanno già manifestato il loro desiderio di celebrarla in una data comune. Ma quali sono gli ostacoli?

C’è anche la volontà e il desiderio del Papa copto Tawadros. La Pasqua è la festa più importante di tutti i cristiani. E’ quindi molto importante trovare una data comune ma non è facile. Nelle chiese ortodosse abbiamo ancora due calendari, il calendario gregoriano e giuliano, e qualcuno deve cambiare se si vuole celebrare la Pasqua nella stessa data. D’altra parte non dobbiamo neanche dimenticare le radici ebraiche della data della Pasqua. E questa è un’altra sfida. Ma sono convinto che dobbiamo arrivarci e se c’è la volontà da parte di tutti, possiamo trovare una soluzione.

Nei giorni di Pasqua si ricorda anche la Passione di Gesù. Tanti oggi sono i cristiani che nel mondo vivono una vera via crucis.

Oggi assistiamo ad una persecuzione dei cristiani che abbiamo già vissuto nei primi secoli del cristianesimo. L’80 per cento di tutti gli uomini e le donne che sono perseguitati nel mondo in nome della fede, sono cristiani. Questa è una grande sfida. Questa è la Croce. Tutte le chiese, tutte le comunità ecclesiali hanno i loro martiri. Il martirio oggi è ecumenico. I cristiani non vengono perseguitati perché sono luterani, ortodossi, pentecostali o cattolici ma perché sono cristiani. Anche santo Giovanni Paolo II parlava di ecumenismo dei martiri e nella chiesa antica si affermava che il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani.

Quanto è importante l’ecumenismo del sangue per i dialoghi?

E’ il fondamento di tutto l’ecumenismo. E’ un grande dono per la Chiesa, pur nella tragedia e nella sofferenza. Una volta, il Santo Padre mi ha detto : “Lei non pensa che i persecutori dei cristiani hanno una migliore visione dell’ecumenismo rispetto a noi perché loro, i dittatori, sanno che siamo una cosa sola”. Mi hanno molto colpito queste parole.

E ai cristiani perseguitati cosa direbbe oggi?

Esprimerei loro tutta la nostra gratitudine. Siamo grati della testimonianza che danno della fede a costo della loro stessa vita. Siamo grati per la loro fedeltà. Mi ha molto colpito la storia dei cristiani copti egiziani che sono stati massacrati in Libia e sono morti con il nome di Gesù Cristo sulle loro labbra. Sono testimonianze forti e noi dobbiamo essere riconoscenti e grati per questi cristiani.

Anche il metropolita Hilarion annunciando l’incontro tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill ha detto che di fronte alla persecuzione cristiani le Chiese devono mettere da parte incomprensioni di secoli.

Sì, la persecuzione dei cristiani soprattutto in Medio Oriente ha molto aiutato ad arrivare a questo incontro a Cuba.

Che idea si è fatto in questi tre anni dell’ecumenismo di Papa Francesco? Qual è il segreto della sua “diplomazia”, se si può dire così?

Di ritorno da Costantinopoli il Papa disse ai giornalisti: “Voglio incontrare il Patriarca Kirill. Mi dica lui dove e quando e io vengo”. E’ questo il segreto. Questa volontà, questo desiderio e questa disponibilità con tutto il cuore ad essere pronto a fare tutti i passi necessari per andare incontro alle persone. E’ la diplomazia dell’incontro. Per lui l’ecumenismo della amicizia, della fratellanza è il fondamento di tutto. Non parlare gli uni sugli altri, ma incontrarsi personalmente e fare passi in avanti. Questo è il segreto del Papa.

Come si lavora con Papa Francesco?

E’ bello lavorare con lui e in suo nome perché come anche i suoi predecessori è un Papa che ha un cuore aperto per l’ecumenismo. Non ho mai l’impressione che lo debba convincere di qualcosa in ambito ecumenico. Tante volte è lui che mi convince, che dice “dobbiamo fare questo”, “dobbiamo approfondire questo aspetto”. E’ una grande opportunità.

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