I cavoli di Salimbeni: il Cibo Diritto fondamentale dell’Uomo

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Nella cosiddetta Carta di Milano si afferma che il diritto al cibo è «un diritto umano fondamentale»: un diritto che, in realtà, per tanti è tale solo a parole. Si è dedicato un anno intero per riflettere su tali questioni, certo non nuove, poiché il cibo non è stato mai equamente diviso tra gli abitanti di questo mondo, potendo alcuni (pochi) averne fino alla nausea e altri (molti) mancarne fino a morire di fame.

Questa tragica situazione è oggi sotto gli occhi di tutti, ma i secoli passati non sono stati meno crudeli con gli anelli deboli della catena. Ce ne offre la riprova uno dei più straordinari cronisti del medioevo occidentale, quel Salimbene da Parma, nato nel 1221 da famiglia di agiata condizione sociale ed entrato tra i frati minori nel 1238, che ci ha lasciato in dono una Cronaca conservatasi autografa nel codice Vaticano latino 7260. All’opera, che copre un arco temporale di circa centoventi anni (1168-1287), il frate lavorò tra il 1283 e il 1288.

Anche sul tema del cibo la Cronaca offre preziose notizie e aneddoti gustosi. Veniamo così a sapere che la sera in cui fu ricevuto nell’Ordine — era un giovedì — malgrado Salimbene avesse cenato splendidamente in casa di suo padre, i frati lo fecero mangiare ancora benissimo. Tuttavia, per lui le cose cambiarono presto al peggio. «In seguito — afferma infatti rammaricato — poi mi diedero sempre dei cavoli, con i quali dovetti cibarmi tutti i giorni della mia vita; e giammai nel secolo avevo mangiato cavoli, anzi li detestavo tanto che non avrei nemmeno mangiato carni che fossero state cotte con essi».
Vi furono, in ogni caso, delle eccezioni. Narrando la visita che nel 1248 Luigi IX  fece al Capitolo provinciale dei frati minori riunito a Sens, Salimbene ci trasmette addirittura l’intero menù che il re fece servire nell’occasione. «Quel giorno, dunque, avemmo per prima ciliegie (cerasas) e pane bianchissimo; venne servito anche vino abbondante e speciale, come era conveniente alla magnificenza regia (…). Poi avemmo fave fresche cotte nel latte e pesci e gamberi e pasticcio di anguille, riso al latte di mandorle con polvere di cannella, anguille abbrustolite con ottima salsa, torte e giungate (latte rappreso, dolciastro e tenerissimo) e la frutta d’uso, tutto in abbondanza e buono».
Un’altra volta Salimbene fu ospite, in Auxerre, della contessa Matilde, che a pranzo offrì ai suoi ospiti ben dodici portate. Naturalmente queste splendide occasioni furono un privilegio di pochi: la realtà ordinaria era ben altra.
Cronista tutt’altro che obiettivo, il parmense non teme di manifestare le proprie parzialità. A proposito dei francesi — «presuntuosissimi» e «pessimi», dispregiatori di «tutti i popoli del mondo» — scrive che «quando hanno bevuto più del necessario credono di poter vincere e tenere in possesso» chiunque. Ecco allora che il grosso esercito di francesi e «di altre genti» inviato nel 1283 da Martino IV contro la ribelle Forlì, non mancò di devastare «le vigne, le biade, le piante da frutta, gli oliveti, i fichi, i mandorli, i bei melograni, le case e gli animali» e tutto quanto si poté trovare sui campi.
Scene consuete d’ordinaria follia: se leggiamo non soltanto la Cronaca del parmense, ma tantissime altre opere contemporanee di genere identico, possiamo esser sicuri che buona parte delle pagine sono occupate da descrizioni analoghe.
Se a ciò aggiungiamo gli inquinamenti delle acque, imputridite da cadaveri di uomini e animali, si comprende facilmente che in guerra non si moriva tanto di spada, quanto di malattie e di fame e che i primi a farne le spese erano, naturalmente, i più poveri e tra questi, in primo luogo, vecchi e bambini.

Fonte Osservatore Romano a cura di Felice Accrocca

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