Redazione Il Vaticanese

Giubileo del Concilio Vaticano II: Chiesa e Stato in reciproco servizio con l’uomo al centro

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Convegno LateranenseConclusioni a cura de Il Vaticanese.it/

Nella seconda giornata del Convegno “Chiesa e Comunità Politica a cinquant’anni dal Concilio” svoltosi per il Giubileo del Concilio Vaticano II, presso la Pontificia Università Lateranense, si è entrati nel merito di esempi concreti e storici che possono caratterizzare, nelle diverse nazioni, il rapporto Stato e Chiesa, che oggi, nella realtà e in una spogliazione moderna globale e necessaria, sono destinati ad essere al servizio l’uno dell’altro, con l’uomo al centro.

IL CONCILIO VATICANO II E OGGI: STATO E CHIESA

CHIESA E COMUNITA’ POLITICA

La sessione relativa alla “Chiesa e alla Comunità Politica” è stata relazionata dal Prof. Paolo Benvenuti dell’Università degli Studi Roma Tre, dal Prof. Paolo Cavana della Lumsa e dalla Prof. Angela Maria Nicolò Punzi dell’Università di Roma Tre ed è stata un proseguimento naturale e più specifico degli imput e delle trattazioni affrontate già presso La Sapienza dai Decani del Diritto Canonico, della Corte Costituzionale Italiana e dallo stesso Cardinale Eminenza Agostino Vallini, oggi Vicario del Santo Padre per la Diocesi di Roma, nella sua duplice veste, di fatto di docente con esperienza di rifondazione del diritto pubblico canonico e di Vescovo da venticinque anni.

L’IMPUT AL CONFRONTO TRA TUTTI

Un imput quello dei Decani e del Cardinale Vallini, nella loro esemplare umiltà, per il dibattito sul Concilio Vaticano II e la sua attualità, ispirato anche proprio dal Sacerdozio a cui il Cardinale Vallini è stato chiamato, modello per tutti noi, e che ha fatto centro, creando quel confronto, con la partecipazione di tutte le Università di diversa impostazione, laica o ecclesiale, come poche volte è accaduto nella storia. Grazie di cuore Eminenza, preghiamo per Lei.

CHIESA E COMUNITA’ INTERNAZIONALE

Nell’ambito della Sessione “Chiesa e Comunità Internazionale”, nella mattinata in cui il Vicario del Vescovo di Roma è stato rappresentato dal Vescovo Ausiliario Sua Eccellenza Paolo Selvadagi, la Prof.ssa Angela Del Vecchio, Docente in Diritto dell’Unione Europea della Luiss – Libera Università Internazionale degli Studi Sociali, ed esperta dell’evoluzione della Comunità Internazionale, ha sviluppato nel suo intervento “l’idea che sin dall’epoca feudale la Chiesa ha goduto di poteri sovrani. Anzi allora insieme all’Imperatore era Colei che attribuiva la sovranità agli altri enti territoriali. Anche oggi che la Santa Sede non esercita più il potere temporale è riconosciuta come soggetto di diritto internazionale. Essa stipula trattati internazionali bilaterali e multilaterali e ha relazioni diplomatiche con oltre centosettanta Stati. Partecipa a Conferenze internazionali e svolge attività di mediazioni in casi molto complessi”.

LIBERTA’ RELIGIOSA

Nel rapporto tra Stato e Chiesa fondamentale è il tema della libertà religiosa, affrontato ad esempio dal Prof. Filippo Vari, Ordinario di Diritto Costituzionale dell’Università Europea di Roma. “La libertà religiosa è un tema determinante nel succedersi degli eventi della Comunità Internazionale – ha detto Vari. Oltre al blocco dei paesi comunisti, ci sono cristiani perseguitati nel mondo, come Asia Bibi o come quella povera donna della regione africana emersa dalle cronache in questi giorni, tra tutti coloro che giacciono nel silenzio. Ma anche nella nostra liberale democrazia ci sono tanti attacchi alla libertà religiosa, alcuni dei quali riguardano l’Europa e l’Italia: si pensi alle decisioni contro l’obiezione di coscienza, contro il Consiglio d’Europa o al disegno di legge di contro l’omofobia. Siamo tutti contro ogni forma di violenza indubbiamente e per tutelare le persone dalla violenza non si può costringere la persona stessa alla libertà o alla non libertà religiosa, se non restando in reciproco sostegno, Chiesa e Stato”. Filippo Vari, figlio del noto giurista e profondo cristiano Massimo Vari, scomparso di recente, ha dedicato tutta la sua vita allo studio del diritto sulle orme del papà, in particolare nei temi etici come la famiglia e la vita.

I SEMINARISTI E IL CONCILIO VATICANO II: OGGI COME ALLORA

Accanto al Prof. Filippo Vari e alla Prof.ssa di Diritto Romano Maria Pia Baccaria, Renato Tarantelli del Pontificio Seminario Romano Maggiore, di casa nell’Università Lateranense insieme ai suoi colleghi e a futuri Ministri della Chiesa, ci fa notare come “i seminaristi di cinquanta anni fa partecipavano al fermento del dibattito teologico, giuridico e sociale che portava con sé il Concilio Vaticano II. E così come allora i seminaristi di oggi sono interessati e partecipano agli eventi che contraddistinguono il nostro tempo”.

Vi è un continuum sostanziale attorno al miracolo del Concilio Vaticano II tra decani e discepoli.

STATO E CHIESA FATTI DI PERSONE CHE HANNO DELLE RESPONSABILITA’

Dalla Pontificia Università della Santa Croce è stato sottolineato “come la caratteristica di una società liberale è l’apertura fondamentale per l’esercizio della fede, dove lingua e libertà sono intrecciate nello stesso diritto verso la democrazia. La garanzia giuridica e il dialogo religioso hanno un effetto positivo sulla civiltà, ove si considera sempre che sia lo Stato che la Chiesa siano costituiti da individui che si assumono la responsabilità dell’Ente cui appartengono. Quel che è certo è che il Concilio Vaticano II ha avuto un notevole successo con la sua forza incoraggiante e ciò ha provocato un cambiamento giuridico statale ed ecclesiastico”. Tutto deve orientarsi all’origine.

LE CONCLUSIONI DELLE DUE GIORNATE SU CHIESA E COMUNITA’ POLITICA

Al Preside della LUMSA Prof. Angelo Rinella è toccato il compito delle conclusioni di questa straordinaria discussione di due giorni, che peraltro è proprio inserita, nella “Settimana del Diritto” (11-17 maggio 2914), dal titolo “Verità e metodo del Diritto” promossa dalle Università romane La Sapienza, Tor Vergata, Roma Tre, Europea, le Pontificie Università Lateranense e della Santa Croce, in collaborazione con il Vicariato di Roma, con particolare riferimento all’Ufficio Pastorale Universitario.

I PREAMBOLI DELLE COSTITUZIONI: UNA CHIAVE DI LETTURA DEL RAPPORTO STATO-CHIESA

Il Prof. Rinella analizza il rapporto tra Stato e Chiesa considerando come chiave di lettura, dal profilo costituzionale, l’ambito delle sue competenze, il preambolo delle costituzioni degli attuali Stati. “I preamboli – conclude Angelo Rinella – al di là delle forme letterarie, sono spesso la chiave di interpretazione delle disposizioni costituzionali. Questo è un elemento ricorrente non soltanto nella dottrina giuridica ma anche nell’opera della giurisprudenza e in molti ordinamenti, dove la sentenza della Corte Costituzionale, ad esempio, opta per il preambolo. Addirittura talvolta è la stessa Costituzione ad indicare nel preambolo la chiave di interpretazione. Ciò succede per esempio per la Costituzione Sudafricana che rinvia al preambolo come chiave di lettura della dichiarazione dei diritti di libertà. Una funzione fondamentale del preambolo è riconoscere in esso le disposizioni applicative nell’ordinamento giuridico, ipotesi rara, ne è un esempio il Nepal. Le categorie e le funzioni del preambolo sono rappresentative dello Stato cui appartengono. Ciò che mi interessa trattare è in quale misura Dio e il fattore religioso ricorrano nel preambolo.

L’OSSERVAZIONE DEI PREAMBOLI DEI PAESI DELL’UNIONE EUROPEA

E’ limitando l’osservazione alla Costituzione dell’Unione Europea che lo scenario diviene interessante, ai fini di come possano coesistere Stato e Chiesa. Escludiamo tra le ventisette costituzioni la Costituzione del Regno Unito che, come sappiamo non ha una Costituzione scritta o meglio non ha un documento unico, escludiamo la Svezia che presenta quattro leggi fondamentali, pertanto rimangono venticinque Costituzioni. Il preambolo non è una caratteristica costante, infatti la nostra Costituzione Italiana non ce l’ha. Ma in queste venticinque dell’Unione Europea possiamo dire che dieci di queste costituzioni non contemplano il preambolo. Ne restano quindici e dunque in questi Paesi dell’Unione Europea è significativo notare in quali rinveniamo un riferimento a Dio. Solo sei preamboli contengono il soggetto religioso o l’Invocatio Dei. Allora badate bene tutte le Costituzioni si occupano del fattore religioso e raramente una Costituzione tralascia di considerare questo aspetto, poiché la dimensione religiosa rappresenta all’interno dell’orientamento statale un elemento sostanziale.

“L’INVOCATIO DEI” NEI PREAMBOLI DI GERMANIA E POLONIA

Sei sono in particolare i preamboli delle Costituzioni degli Stati dell’Unione Europea in cui vi è il riferimento puntuale al fattore religioso. Nel caso della Costituzione Tedesca il preambolo è rivolto genericamente a Dio, nelle altre cinque Costituzioni il riferimento è a una specifica confessione religiosa, ci può essere l’Invocatio Dei generica ma ci può essere un’Invocatio Dei specifica, si può dare un’indicazione sul rapporto che l’orientamento statale intende intraprendere con quella confessione religiosa. Prendiamo in considerazione la Costituzione tedesca del ’49, la quale si apre con questa considerazione: “Consapevole della propria responsabilità di fronte a Dio e agli uomini, il popolo tedesco adotta questa Costituzione”; così la Costituzione polacca del ’97, nella fase successiva alla caduta del muro di Berlino, la Polonia si muoveva con una Costituzione ad interim che recita: “Noi il popolo polacco, tutti i cittadini della Repubblica, tanto quelli che credono in Dio come fonte di verità, giustizia, bellezza, come quelli che non condividono questa fede ma rispettano questi valori universali, riconoscendo la nostra responsabilità davanti a Dio e alle nostre coscienze, adottiamo questa Costituzione. Sia nel caso della Costituzione tedesca che di quella polacca ci riferiamo a momenti in cui i Paesi sono usciti dai regimi totalitari, e le Invocazioni a Dio sono anche considerate un segno di discontinuità rispetto ai regimi precedenti. Nel caso della Polonia si evidenzia il congiunto ai credenti e alla coscienza dei singoli, indipendentemente dal convincimento religioso, filosofico ed esistenziale di ciascuno. Abbiamo un secondo tipo di preambolo che contiene Invocazioni a Dio, nei quali la citazione religiosa assume un aspetto rilevante.

RIFERIMENTO RELIGIOSO NELLE COSTITUZIONI DI SLOVACCHIA, UNGHERIA, GRECIA, IRLANDA, POLONIA

La caratteristica dei preamboli è che contengono il riferimento ad una particolare religione ed è il caso della Slovacchia, dell’Ungheria, della Grecia, dell’Irlanda e della Polonia. Nel preambolo della Polonia si legge: “Grati agli antenati per il loro lavoro, per la loro battaglia, per l’indipendenza pagata con immensi sacrifici, per la cultura ereditata nella identità cristiana della nazione e nei valori umani universali, approvano questa costituzione. Veniamo all’approvazione della Costituzione Ungherese del 2011 dove qui gli elementi sono più marcati: “Siamo orgogliosi che il re Santo Stefano abbia stabilito lo stato ungherese su solide fondamenta e abbia reso il nostro paese parte dell’Europa Cristiana e riconosciamo il ruolo del Cristianesimo per preservare la nostra nazione e allo stesso modo apprezziamo le diverse tradizioni religiose del nostro paese”. Cosi in Slovacchia nel ’92, nel momento in cui i paesi dell’Europa occidentale conoscevano l’avvento della nuova Costituzione: “Noi la nazione Slovacchia, memore della cultura politica e culturale dei nostri antenati, e dei secoli di resistenza e di lotta per la nostra Nazione e del nostro Stato secondo il patrimonio spirituale di Cirillo e Metodio, adottiamo attraverso i nostri rappresentanti la seguente costituzione. I preamboli della Costituzione Ungherese, Polacca e Slovacca contengono un esplicito riferimento alla religione cristiana che viene indicata come parte della verità storica e culturale del popolo e si tratta di una base per ricostruire un’identità posta a fondamento della nuova carta costituzionale. Si fa un passo ulteriore se guardiamo alle Costituzioni di Grecia e Irlanda. Qui se guardiamo alla religione cristiana sembra investire il valore stesso della Costituzione. La Costituzione greca si apre con la seguente invocazione: “In nome della Santa e consustanziale indivisibile Trinità, riconoscendo i nostri obblighi verso il Signore Trino Gesù Cristo, che ha sostenuto i nostri padri attraverso le tribolazioni nei secoli”, ove è tutto evidente che dalle invocazioni scelgono una marcata scelta confessionale, fondandosi su origini storiche piuttosto precise ma decidendone anche l’orientamento dello Stato in relazione al fattore religioso. A parte i Paesi della Unione Europea merita di essere segnalata anche la Costituzione Svizzera che nel 2000 viene proclamata: “Nel nome di Dio indipendente” nonché nella Costituzione dell’Ucraina, che contiene un esplicito riferimento a Dio. Se si adotta una visuale più ampia si osserva che le Costituzioni o i loro preamboli frequentemente contengono riferimenti religiosi e raramente proclamano la laicità dello Stato. Il modello diffuso si limita a citare il nome di Dio senza qualificarlo in chiave confessionale, naturalmente fanno eccezione i paesi di tradizione islamica. Dal punto di vista letterario i preamboli contengono riferimenti al destino del popolo, riportano i tratti salienti delle vicende di quel popolo, contengono aspirazioni, commemorazioni e invocazioni a Dio. La Invocatio Dei rappresenta una riunione di connessione tra un fatto umano e quello rilevante della dimensione spirituale della vita umana. Fin dalle comunità arcaiche la religione rappresentava una chiave per l’aggregazione e l’associazione, in particolare la religione ha sempre svolto l’importante ruolo di unificazione e di identificazione sociale; frequentemente l’adesione ad una fede comune ha consentito alla collettività di riconoscersi come comunità, costituendo un ordine sociale, come forte elemento di coesione, ponendosi quale collante essenziale all’unità della stessa struttura comunitaria. Persino nell’illuminismo era prevista la supervisione di un’entità astratta affinchè fosse garantito un certo rigore morale.

DAL CASO DELL’ITALIA ALLA COSTITUZIONE EUROPEA

Si è potuto osservare che il riferimento a Dio ricorre anche nelle Costituzioni dell’Europa Occidentale ispirate al principio pluralistico. Il riferimento a Dio o a una religione non può essere inteso come preclusivo di ogni altra fede né forma implicita di riserva religiosa. La libertà religiosa è tale nella costituzione come nel caso dell’affermazione della laicità dello stato, non può prevedere confessioni religiose. Se consideriamo la Costituzione Italiana, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, si parlò su proposta di Giorgio La Pira di un’invocazione a Dio posta all’inizio del testo costituzionale che doveva essere: “In nome di Dio il popolo italiano si da la presente costituzione” ma presto La Pira ritirò tale proposta e si accorse che ciò anziché unire avrebbe creato divisioni, nonostante l’invocazione non precludeva in alcun modo la libertà religiosa, né imponeva il dominio di una confessione sulle altre. La Pira avrebbe voluto raccogliere attorno a quella invocazione il senso dell’unità del popolo italiano ma desistette. Questa riflessione può essere ricondotta anche alle vicende della Costituzione Europea e quindi all’inserimento nella Costituzione delle radici Ebraico Cristiane.

LA ‘GAUDIUM ET SPES’ E LA TUTELA DELLA PERSONA

Oggi ci dovremmo chiedere se l’Invocatio Dei è un elemento indefettibile delle costituzioni contemporanee, certamente dal punto di vista giuridico la risposta è no, tanto è vero che molte costituzioni, non solo non hanno un preambolo ma tanto meno un’Invocatio Dei”. Il rischio è la strumentalizzazione politica di questa indicazione ma l’Invocatio Dei rappresenta una sorta di monitus relativo al pensiero delle relazioni umane. Le leggi umane non sono senza limiti e condizioni, ecco perché si necessità dell’Invocatio Dei. L’essere umano non può essere la misura di tutte le cose, questa considerazione si collega perfettamente alla “Gaudium et Spes”: ‘La gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia degli uomini d’oggi soprattutto dei poveri e dei sofferenti sono anche la gioia, la sofferenza e la speranza dei discepoli di Cristo, e non c’è nulla di veramente umano che non trovi eco nel loro cuore’. E ancora: ‘La Chiesa che è il prolungamento di Dio nel tempo, continua sapendo che l’uomo è la Via della Chiesa e in ragione del suo ufficio, e della sua competenza in nessuna maniera la Chiesa si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, ma è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona”.

L’AFFIDAMENTO DELLE RIFLESSIONI A SAN GIOVANNI XXIII E A PAOLO VI

Le riflessioni e la rinnovata applicazione del Concilio Vaticano II sono state affidate ai due nuovi Santi Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII che promosse proprio il Concilio e a Paolo VI, Beato il 19 ottobre 2014, dal momento che le conclusioni sono state tratte nell’Aula Paolo VI della Pontificia Università Lateranense. E naturalmente alla Madonna della Fiducia.

CONCLUSIONI

Dalle trattazioni e dalla conclusione di questo intenso e fervido dibattito, che verrà demandato agli atti del convegno pubblicati dall’organizzazione, come annunciato da Sua Eccellenza mons. Lorenzo Leuzzi, si evince che la Chiesa senza sovranità o privilegi ma pura in Cristo, è vicina allo Stato, senza quelle sovrastrutture, da Kant a Hegel a Marx e quanto altro che sia sovrastruttura rispetto alla società civile e al suo benessere, ed entrambe, Chiesa e Stato, nella realtà, si spogliano a beneficio dell’uomo. Spogliazione che è fondata sul senso di responsabilità dell’individuo nella Chiesa e nello Stato. Una lettura non anacronistica ai tempi dell’elaborazione del Concilio, ancora da ritenersi a tutt’oggi una ‘rivoluzione copernicana’ e che nel suo Giubileo è ancora perfettamente allineata alle esigenze della contemporaneità, in una spogliazione che ricorda quella fatta di Pace e di incontro con i poveri di Francesco di Assisi.

Una spogliazione di tutti, come è stato dimostrato in concreto in questi giorni dai massimi esperti del Diritto della Chiesa e dello Stato, delle Università Laiche e Pontificie, che si sono dedicati al confronto, per mandare un messaggio, rivolgendosi al mondo, insieme, a favore del bene comune.

Questo è il tempo del Concilio Vaticano II, della sua rinnovata attuazione per ripristinare l’assetto originario, è il tempo di due Papi, uno Emerito che si dimette, l’altro che sceglie di chiamarsi Francesco e che avoca tutti indistintamente creando speranza in ogni ambito e angolo del mondo. E’ l’era di due Papi Santi insieme come sante possono essere tutte le persone normali nella quotidianità, come dice Francesco, in un unico cuore pulsante, ciascuna nelle proprie responsabilità, a vantaggio dell’uomo.

Viviana Normando

Info e approfondimenti:

www.vicariatusrbis.org, www.pul.it, www.seminarioromano.it, www.news.va.

 

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