Redazione Il Vaticanese

La grande mistificazione: l’Europa e l’Euro PRIMA e DOPO la crisi

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La Grande Mistificazione: l’Europa e l’Euro prima e dopo la crisi

di Alessandro Corneli/grrg.eu/

Le notizie di oggi scacciano quelle di ieri, la memoria svanisce. I discorsi (specie dei politici) che riguardano il futuro promettono sempre qualcosa di positivo. Da oltre due anni ci si racconta – non solo in Italia –  che, dopo la fase di austerità e correzione dei conti pubblici, ci sarà la ripresa e che ciò che vene fatto è ben fatto. Non si dimentica di aggiungere qualche variante locale. In Italia,  Monti e Letta hanno spesso ripetuto  che l’eredità che avevano ricevuto era disastrosa, dovuta a una politica (quella di Berlusconi) fatta, soprattutto a partire dal 2007-2008, cioè dopo l’inizio della grande crisi finanziaria, senza consapevolezza, negando la crisi, evitando di prendere provvedimenti seri. E poi, naturalmente, c’è la crisi stessa, per superare la quale, occorre “più Europa” anziché “meno Europa” perché l’Europa ha la ricetta giusta. In genere, ci si fida di un medico dopo avere sperimentato che le sue diagnosi e le sue terapie hanno funzionato bene, ma non ci si fida di un medico che ha sbagliato diagnosi e terapie. Per le sue passate performance, possiamo fidarci dell’Europa?

Ho letto il Working Paper n. 56 del Centro Studi Confindustria, licenziato a dicembre 2006, quindi elaborato prima della crisi, durante il secondo governo Prodi, ex presidente della Commissione ed europeista convinto. All’epoca, presidente di Confindustria era Luca Cordero di Montezemolo. Benché, come si legge nel frontespizio, le valutazioni espresse impegnino esclusivamente i loro autori (nel caso specifico: Anna Ruocco e Ciro Rapacciuolo), la pubblicazione è pur sempre di Confindustria e del suo Centro Studi. Il tiolo: “Nessuno stimolo alla crescita dell’area dell’euro dalla politica economica? Alcune evidenze empiriche”. Il periodo esaminato va dal 2002 (anno dell’introduzione della moneta unica nelle tasche dei cittadini dell’Eurozona) al 2005, ovvero termina due anni prima dell’inizio della crisi finanziaria. Quindi nella fase ascendente ed euforica dell’introduzione della moneta unica.

Non ricordo se questo studio ebbe qualche impatto. Bisognerebbe cercare nei giornali dell’epoca. È uno studio importante perché compilato ex ante, rispetto alla crisi, quando nessuno la intravvedeva dietro l’angolo, e non è nemmeno uno studio ex post, nel quale i dati empirici possono essere raggruppati con il senno di poi. È questo genere di lavori che bisognerebbe rispolverare di tanto in tanto, perché consentono un esame non condizionato dall’attualità e dalle relative polemiche. Esso ci consente di valutare il funzionamento (lungimiranza, mezzi, politiche) dell’Unione europea prima della crisi, onde accordarle fiducia o esprimere qualche perplessità prima di concederle maggiori poteri come essa chiede secondo una logica di accanimento terapeutico. Perché l’argomento forte “occorre più Europa” è tautologico e indimostrabile; è solo un atto di fede; meglio: è una scelta politica, che può rivelarsi disastrosa sul piano economico.

Ebbene, bastano poche citazioni di quel testo per smantellare tutte le considerazioni che da qualche tempo vanno per la maggiore e anche per filtrare, opportunamente, certe dichiarazioni che riguardano il futuro e che sollecitano certe politiche. (Miei i grassetti all’interno delle citazioni riportate tra virgolette)

L’inizio del saggio non consente interpretazioni diverse e di comodo: “Tra il 2002 e il 2005 il PIL dell’area dell’euro è cresciuto in media dell’1,2% all’anno, un ritmo di crescita molto inferiore a quello degli Stati Uniti e a quelli sperimentati in passato dal Continente… Il rallentamento dell’area dell’euro è dovuto a fattori di debolezza strutturale interni (nel mercato del lavoro, delle merci, dei servizi) aggravati dalla concorrenza sempre più agguerrita da parte dei paesi emergenti”. Osservo: l’euro non ha fatto bene alla crescita, l’ha rallentata. Oppure i fattori indicati avrebbero agito comunque e l’euro sarebbe superfluo? Oppure i calcoli sui benefici che ciascun Paese aderente ha effettuato sono stati così egoistici da elidersi? In questo caso, l’europeismo dichiarato dai sottoscrittori era pura finzione o pura illusione (come quello di chi, in Italia, pensava di poter diluire il debito pubblico nella vasca europea).

Ricordando che lo studio non si riferisce all’Italia ma a tutta l’Eurozona, osservo che l’elenco dei fattori di debolezza strutturale implica una rimozione del tipo: “spostate di 100 km il Monte Bianco, spianate il Massiccio Centrale, abolite i Pirenei”, e simili. Ovvero: si fa presto a dire, ma una politica seria deve essere soprattutto realistica, altrimenti è velleitaria e si traduce in una auto-assoluzione di fronte agli obiettivi mancati. Quanto alla concorrenza sempre più agguerrita da parte dei paesi emergenti, o si è (era) in grado di capire le conseguenza della globalizzazione oppure li si è immaginati come alieni extraterrestri.

Aggiungo di mio i seguenti dati:

-          il 2 gennaio 2002 il cambio euro/dollaro era di 1,106

-          il 2 gennaio 2003 il cambio euro/dollaro era di 0,957

-           il 2 gennaio 2004 il cambio euro/dollaro era di 0,794

-           il 3 gennaio 2005 il cambio euro/dollaro era di 0,740

-           Il 24 dicembre 2013 (a titolo di confronto) era di 0,730

Rilevo inoltre che l’apprezzamento sempre più deciso dell’euro nei confronti del dollaro iniziò a partire dall’ottobre 2004 quando il cambio scese al di sotto dello 0,800. Quindi, per quasi due anni, l’euro non dovette pagare il costo di una sopravvalutazione.

Procediamo con le citazioni: “I vincoli alle politiche di bilancio, imposti dalla normativa europea, non hanno indotto i Paesi membri a ridurre la spesa corrente al netto degli interessi, che nell’area dell’euro, tra il 1998 e il 2005, è perfino cresciuta, seppure di poco” (con due eccezioni: Austria a Germania – è ricordato in nota).  Rilevo che porre dei vincoli e non vederli rispettati può apparentemente assolvere il medico che ordina una medicina ma il malato non la prende. Ma in questo caso sbaglia il medico che non sa che il paziente non può sopportare una certa medicina. O si voleva indebolire ulteriormente chi era già debole?

Ancora: “A partire dal 2002, con il rallentamento dell’economia europea, la politica di bilancio non solo non ha svolto una funzione di sostegno alla crescita ma ha mancato pure l’obiettivo del risanamento”. Poiché, aggiungono gli autori, gli Stati membri sono tenuti a perseguire nel medio termine il risanamento dei conti pubblici, ma non hanno vincoli sul “come” raggiungere tale risultato, “in molti casi questo ha indotto i governi ad attuare politiche di bilancio con discreti risultati nel breve periodo rinviando però al futuro la soluzione dei problemi strutturali”. Osservo: come dire che il comandante ordine al plotone di marciare compatto per venti km ma il plotone si sbanda e ciascuno va per conto suo. Che si fa? Si rimuove il comandante.

Gli autori esaminano poi la politica monetaria della Bce. Non trascurando le variazioni di indirizzo nei passaggi da un presidente all’altro (da Duisenberg a Trichet), sostengono che essa, “pur senza averlo come obiettivo esplicito, ha esercitato un’azione di sostegno ciclico dell’economia europea nelle fasi depressive(2001-2005) e un’azione restrittiva nelle fasi di crescita sostenuta (1999-2001)”. Osservo: ciò vuol dire che se la Bce ha fatto bene, lo ha fatto ai margini dei suoi compiti istituzionali. Ciò può incoraggiare chi vuole dare più poteri alla Bce, ma va a critica di chi l’ha concepita male. Se l’architetto sbaglia, la costruzione crolla, prima o poi.

Rilevate infine le discrasie tra politiche di bilancio e politica monetaria, gli autori concludono “che la politica economica complessiva non ha fornito quello stimolo alla crescita nell’area che avrebbe potuto esercitare”. Osservo: in linguaggio crudo, ha fallito. E ha fallito in tempi normali, non in tempi di crisi. Possiamo fidarci?

È bene precisare che gli autori non mostrano tracce di scetticismo sul processo di integrazione europea e sull’euro. Anzi: per il 2006 percepivano segnali positivi. Ma, a loro avviso, i dati empirici dimostrano che nel quadriennio 2002-2005 “le politiche di bilancio nell’area dell’euro, condizionate dal rispetto di rigidi target numerici sul deficit, non solo non hanno raggiunto l’obiettivo di risanare in modo stabile i conti pubblici, ma non hanno nemmeno perseguito un efficace sostegno della crescita nell’area, né nel lungo termine – come sarebbe negli obiettivi – né nel breve”. Ripeto: allora c’è da fidarsi?

In questi ultimi anni, a crisi finanziaria esplosa, è stata accentuata la linea del rispetto di “rigidi target numerici” che, in sostanza, ha però avuto un solo obiettivo: salvare le banche attraverso l’austerity imposta ai popoli. Si può ammettere che una crisi bancaria avrebbe travolto il Continente e staremmo peggio di quanto stiamo, ma si deve anche ammettere che la politica europea pre-crisi ha fallito i suoi obiettivi. È vero che, nel dicembre 1991, quando furono fissati i parametri di Maastricht, si prevedeva a una lunga fase di crescita del 5% annuo, ma poi bisognava, non appena questo traguardo apparve irraggiungibile, correre ai ripari anziché irrigidirsi. Come tuttora si tende a fare e avendo indebolito, anche se in misura disuguale, tre delle quattro maggiori potenze economiche dell’Ue: Spagna, Italia e Francia (la prima potenza, la Germania, almeno all’apparenza non sembra essersi indebolita ma il coperchio sulle pentole delle sue banche non è stato ancora sollevato ). In ogni caso, è piena disinformazione considerare la crisi attuale come risultato macroscopico della crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti; bisogna invece ammettere che, prima che questa arrivasse, l’Europa era già fuori strada.

Piuttosto che correre a tappare una falla dopo l’altra, e proseguire la navigazione, reprimendo ogni tentativo di ammutinamento, sarebbe più opportuno volgere la prua verso un grande cantiere navale e sottoporre il gigante a una revisione integrale, cambiando i pezzi e le regole di ciò che non ha funzionato. Forse chi sta in prima classe sente meno i contraccolpi, ma se la nave affonda, affondano tutti.

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