Viviana Normando

La Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo: pietra viva sulla Via Francigena

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“Va’ e ripara la mia casa che va in rovina”. Questo disse il Crocifisso che parlò a Francesco di Assisi alla Porziuncola oggi nella Basilica di S. Maria degli Angeli assisiate, tema più che mai attuale, nel nome scelto di Papa Francesco da Jeorge Maria Bergoglio per il soglio pontificio. Si intendeva con quella frase non solo il recupero di un edificio ma l’invito a vivificare Cristo. E ci sono molti luoghi in cui Cristo oggi è solo. E’ solo nel cuore delle persone ma anche nelle mura di Chiese antiche e spoglie in mezzo ad una natura incontaminata. E’ il caso della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo nella frazione Le Cese, a Spoleto, nell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia.

L’edificio è stato abitato fino a poco tempo fa dall’anziana Suor Immacolata, ora per motivi di salute trasferitasi in una Chiesa a valle, curato si vede da mani di buona volontà e di carità, in quel duplice colore di intonaco che nasconde la facciata di pietre vive. Pietre vive attraversate da pochi passi, in una natura fatta di paesaggi inconfondibili, di sorgenti d’acqua che scendono tra le pendici delle montagne, da acqua che diviene ghiaccio per il freddo che tuttavia non cancella le tradizioni, la sacralità del luogo, le motivazioni per cui Cristo è arrivato anche quassù.

La Chiesa è sita sulla Via Francigena, in un crocevia strategico tra, ad esempio, Spoleto la Valnerina, Ferentillo, Visso-Cascia, Ceselli, Terni, Valico della Somma, dove i monti, come il Monte Solenne, sono stati definiti aspri in una piccola pubblicazione dedicata al luogo sacro scritta da Filippo Filipponi, fornitaci da Vincenzo Mauro che ama questi luoghi insieme a sua moglie e li tiene vivi come può, più che può.

A proposito dell’analisi storica della Chiesa, Filipponi ricorda il codice Pelosius del XVI secolo in cui sono state censite nella Diocesi di Spoleto 1222 Chiese, compresi eremi e monasteri. La Chiesa di S. Filippo e Giacomo delle Cese apparteneva al “Plebatu de Civitelle” la cui Chiesa Madre era dedicata a San Pietro. Da un inventario redatto nel 1690 dall’allora parroco Domenico De Angelis risulta che la Chiesa custodiva un tabernacolo ed era dotata di diversi arredi come pissidi, calici, croci, candelieri, pianete, camici, cordoni, tovaglie e sottotovaglie, asciugatoi, cuscini, coperte per tabernacolo, campanello, lanternine, incensiere, parati di damasco, baldacchino, messali, sopracalici. Ancora vi erano le Campane, di cui la più grande di 100 libre. Quattro le effigi che ritraevano due Madonne con Bambino, un Crocefisso e un’immagine di San Giovanni. Al tempo del rettore De Angelis c’era una cappellania con il titolo di S. Francesco confessore, con un lascito di Giovan Felice di Benedetto delle Cese nel 1649 con l’obbligo che vi si dicessero dodici messe all’anno. Già allora la Chiesa aveva bisogno di chi si occupasse di Lei e che non lasciasse solo Cristo o che Cristo non lasciasse solo chi vi transitasse, di qualcuno che desse conforto a coloro che qui sostavano.

Consistente la descrizione del Vescovo di Spoleto Giacinto Lascaris, grande storico e archivista, che fece, in una visita a seguito del terremoto del 1703 che colpì in particolare l’alta Valnerina, una descrizione accurata dell’edificio. Egli trovò quattro altari, di cui il maggiore dedicato ai Santi titolari. Il secondo alla Beata Vergine del Rosario, il terzo a sinistra a Sant’Antonio Abate, il quarto alla Beata Vergine del Monte Carmelo, testimoni della devozione filiale nel tempo. La Chiesa era mantenuta da chi poteva, dal popolo, dal parroco Don Angelo Antonio Innocenzi, dalla Confraternita del Rosario. Nel 1914 la struttura manteneva il titolo parrocchiale.

Il racconto del Lascaris ancora oggi miracolosamente coincide con la facciata semplice del XVI secolo, il portale in pietra con arco a tutto sesto, l’oculo centrale con una immagine della Madonna su vetro e la copertura a capanna, con il campanile a vela ad una fornice posto frontale all’apice del tetto ove accoglie due piccole campane. Il campanile e l’abside lasciano trasparire una origine romanica dell’edificio a navata unica, con pavimento di lastre di pietra locale. Interessanti e di scuola locale gli affreschi che si inseriscono nell’arte nota del XVI secolo. Dal presbiterio con S. Nicola, S. Lucia, l’Arcangelo che annuncia il Verbo a Maria, a S. Nicola vicino a grottesche, al catino absidale con l’incoronazione della Vergine tra Angeli in gloria e l’Arcangelo che le porge il giglio di purezza, con la palma simbolo del martirio di Gesù. La Vergine trionfa anche nel tamburo absidale incorniciata da un paesaggio umbro con una scena della Crocifissione e gli attributi iconografici nelle nicchie dei Santi titolari. Nella parete sinistra S. Leonardo che Ansano Fabbi storico della Valnerina ipotizzava che venisse invocato contro i terremoti. La Madonna del Rosario assurge in gloria nella parete destra tra S. Domenico, ai cui piedi un libro aperto recita “Ave Maria tota pulchra es Maria regina san Rosari ora pro populo” e San Francesco che porge la mano al petto e indica la sua regola, in un carteggio con la scritta “Et machula non est in te”. Le pitture dell’altare officiato dalla Confraternita del Rosario sono firmate “Giovan Battista Tosi Mantovano F. 1659”.

Interessante il ciclo della Crocifissione riconducibile secondo Filipponi al maestro Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, imitatore del Perugino secondo il Vasari e il Venturi, con un’ipotesi di datazione che risale al 1541. Ma forse è attribuibile alla bottega dello Spagna poiché la data si arretra fino al 1534. Come spesso accade è probabile che il San Pietro e San Paolo, fondatori della Chiesa Universale, fossero stati dipinti dallo Spagna, dal maestro, il resto dalla scuola. Ai primi decenni del Cinquecento risalgono le committenze allo Spagna nella valle Spoletana e nella Valnerina, come nel 1514 la Madonna con il Bambino nella Rocca di Spoleto, nel 1522 sempre a Spoleto gli affreschi di San Giacomo nella Chiesa omonima, negli stessi anni a Trevi, a S. Anatolia di Narco, Perugia. Tra le probabili firme seguaci dello Spagna si suppone Giovanni di Girolamo Brunotti da Spoleto, autore tra gli altri degli affreschi della Collegiata di S. Maria Assunta ad Arrone, Terni, l’unica opera firmata dall’autore e Vincenzo Tamagni di S. Gimignano, Siena, imitatore del Sodoma che dipinse ad esempio nella Chiesa di S. Francesco a Montalcino.

Una anziana donna racconta per il tramite dello scritto di Filipponi del 2008 come tra il 1940 e il 1960 Padre Vitale celebrasse la Messa anche a Natale, ribadendo la mancanza di quella Santa Celebrazione Eucaristica. Una scritta dedicatoria sotto al S. Nicola indica come l’immobile veniva mantenuto da un organismo chiamato Opera della Chiesa, di cui faceva parte Pirlonardo e Luca del Massaro, il cui nome si legge sotto il S. Leonardo nella parete sinistra datata al 1544.

La Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo è stata un lascito di chi vi ha abitato e di chi vi è transitato, una testimonianza ed una eredità cristiana per questi luoghi, perchè i pellegrini che percorrono la Via Francigena e che nelle pochissime case, se non le uniche – nei dintorni vivono oramai sei pastori – possano trovare ancora asilo e calore, proprio in quell’accoglienza di spirito francescano, con un letto, una doccia, prodotti genuini.

Intanto Vincenzo fa sì, come può, che venga celebrata la Santa Messa nelle principali festività, portando quassù sacerdoti di buona volontà, che testimoniano Dio, di cui le pareti del santuario sono naturalmente permeate, come se Dio in realtà vi dimorasse sempre e comunque.

Una tradizione sacra che è stata mantenuta nel tempo, quella dell’accoglienza, fortemente preservata fino a Suor Immacolata e che speriamo non vada perduta, grazie alle mani di chi quel Cristo non vuole proprio lasciarlo solo e vuole continuare questo storico cammino a mani nude, nel silenzio e nel mistero, dando ciò che ha, come Vincenzo e sua moglie.

Viviana Normando

 Foto gentilmente concesse da Vincenzo Mauro.