L’arte del Ventennio in mostra al San Domenico di Forlì: Fame di rivoluzione

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Fra gli ultimi anni Dieci e i primi Venti del secolo, tutte le élites politiche intellettuali e artistiche d’Europa pensavano che lo spirito dei tempi nuovi non poteva essere declinato in termini diversi da quelli della rivoluzione.  Se mettessimo a confronto i documenti politici prodotti, nella stessa manciata di anni, dai sansepolcristi di Milano, dai soviet di San Pietroburgo, dagli spartachisti di Berlino, dai legionari fiumani di D’Annunzio, vedremmo che, per tutti, l’obiettivo comune è la grande palingenesi sociale e culturale e uguali, per tutti, sono i nemici da battere: la democrazia rappresentativa, l’ordinamento parlamentare, il liberalismo, i valori, i costumi, gli stili di vita, financo i gusti estetici delle classi borghesi.

Gli artisti sognano la città moderna e sono pronti a lavorare per la sua edificazione. La città moderna è il cinema, è l’arredo urbano, è il manifesto pubblicitario, linguaggi espressivi che possono sollecitare nuove stupefacenti suggestioni estetiche.

E nell’Europa dei totalitarismi, nella Berlino di Hitler come nella Mosca di Stalin, non c’è nulla di paragonabile per eleganza e per efficacia simbolica, allo Stadio dei Marmi di Del Debbio coronato da sessanta figure marmoree realizzate da scultori del livello di Libero Andreotti, di

Publio Morbiducci, di Attilio Selva. Mentre le città nuove dell’Agro Pontino, vera e propria trasposizione in termini razionalistici dei moduli e delle proporzioni dell’ordine classico affascinarono Le Corbusier che, in Italia nel 1934 per un ciclo di conferenze, sperò in un affidamento progettuale, purtroppo sfumato, da parte del ministro della Cultura Giuseppe Bottai.

Come nella Russia dei Soviet e nel Reich di Hitler, il Governo fascista voleva assicurarsi l’amicizia, il consenso o almeno la docilità degli artisti e ci riuscì in maniera persino più efficace pur garantendo — qui sta la specificità italiana che non sarà mai abbastanza sottolineata — livelli di libertà di espressione a Mosca o a Berlino assolutamente impensabili.

Il merito principale va riconosciuto a Giuseppe Bottai, un uomo che non è esagerato definire il più grande o almeno il più intelligente ministro della Cultura che l’Italia moderna abbia avuto.

Fonte: Osservatore Romano

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