Viviana Normando

Vescovo Angelo Spinillo, Vice Presidente Cei sulla Lectio Annus Fidei

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S.E. Mons. Angelo Spinillo Vescovo di Aversa, Vice Presidente CEI

S.E. Mons. Angelo Spinillo Vescovo di Aversa, Vice Presidente CEI

A cura della Prof.ssa Maria Luisa Coppola – “Gaudet Mater Ecclesia, furono le parole – così esordisce S. Ecc. mons. Angelo Spinillo Vice Presidente Cei e Vescovo di Aversa nella lectio per l’Anno della Fede – quasi un’esclamazione di gioia nella fede, con cui il Beato Papa Giovanni XXIII, davanti ad oltre duemila Vescovi e a numerosi Teologi, Sacerdoti e Fedeli convenuti da tutto il mondo, iniziò, nella Basilica di San Pietro in Roma, il suo discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II.

“Gaudet Mater Ecclesia”. Gioisce la Madre Chiesa, come tutti ricordiamo, fu testimoniato dalle migliaia di persone che, in un moto spontaneo di esultanza, si radunò la sera di quell’undici ottobre 1962 in Piazza San Pietro, in Roma per esprimere la fiducia e la speranza che l’apertura del Concilio portava alla vita della Chiesa e del mondo. Quasi ad unirci ancora spiritualmente a quell’esultanza, ci piace ricordare che l’11 ottobre era il giorno dedicato alla celebrazione della Divina maternità di Maria, proclamata solennemente nel Concilio di Efeso nell’anno 431, e che quindi il Concilio, appena aperto, si inseriva nella “successione dei vari concili celebrati nella storia”, che, come disse il Papa, il Beato Giovanni XXIII, “attestano la vitalità della Chiesa Cattolica e segnano come i punti luminosi della sua storia”.

“Gaudet Mater Ecclesia”. Gioisce la Madre Chiesa sentiamo di poter ripetere noi oggi, dopo cinquant’anni nel sentire di essere chiamati ad accogliere il rinnovato invito, che il Concilio rivolse a tutti i cristiani, a vivere più intensamente e più consapevolmente la fede ricevuta in dono. E gioiamo ancora nel sentire con quanta rilevanza di attenzione è seguito e vissuto questo significativo momento di vita della Chiesa in tutto il mondo.

La celebrazione di questo anniversario non si presenta come una semplice memoria di quanto è accaduto in un tempo che, per certi versi, potrà già apparire lontano e sicuramente è tanto diverso dalla realtà in cui si trova e vive oggi la società umana.

La celebrazione di questo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II si presenta come il tempo della gratitudine per il dono ricevuto e come il tempo della speranza per l’annunziare e per il vivere più intensamente la fede nel Signore Gesù Cristo. E’, dunque, una celebrazione che sembra portare in sé le caratteristiche di un giubileo, di un tempo nel quale il Popolo di Dio riconosce nel dono della fede la luce che ha guidato il suo cammino, e guarda al tempo che viene come ad un tempo fecondo di grazia e di salvezza.

E’ una celebrazione che, come per un giubileo, ci invita a riconoscere che nella fede ci è stata data in dono la vocazione ad essere umanità nuova, il popolo redento dal Cristo, la Chiesa radunata nella partecipazione alla sua carità; ed è una celebrazione che, mentre guarda con ammirata gratitudine al dono ricevuto ed al cammino già fatto, rinnova l’adesione fiduciosa alla presenza del Signore, e con Lui si rimette in cammino nella storia, non temendo di incontrare nuove situazioni di vita e, anzi, pronta a tradurre in nuovi linguaggi la parola della fede, e ad illuminare, con la luce del Vangelo, sempre nuove modalità di organizzazione sociale.

Il senso giubilare dell’anno della fede vive nella contemplazione del continuo rinnovarsi della nostra adesione alla fede nel Signore Gesù Cristo e nel suo Vangelo, nella contemplazione dell’essere chiamati a vivere immersi nella grazia del poter incontrare il Dio eterno ed infinito, che si rivela a noi che lo possiamo invocare “Padre nostro”, nella contemplazione della presenza vitale dello Spirito Santo che ci rende partecipi della sua infinita carità. Il Papa Benedetto XVI ha voluto evidenziare il senso giubilare dell’anno della fede offrendoci la possibilità di lucrare, in tutto questo tempo, ed in tutte lem occasioni possibili, il dono dell’indulgenza plenaria.

Infatti, annunziando l’Anno della Fede, nel Motu proprio “Porta fidei”, il Santo Padre ha scritto: “Dovrà intensificarsi la riflessione sulla fede per aiutare tutti i credenti in Cristo a rendere più consapevole e a rinvigorire  la loro adesione al Vangelo, soprattutto in un momento di profondo cambiamento come quello che l’umanità sta vivendo. Avremo l’opportunità di confessare la fede nel Signore risorto nelle nostre Cattedrali e nelle chiese di tutto il mondo; nelle nostre case e presso le nostre famiglie, perché ognuno senta forte l’esigenza di conoscere meglio e di trasmettere alle generazioni future la fede di sempre. Le comunità religiose come quelle parrocchiali, e tutte le realtà ecclesiali, antiche e nuove, troveranno il modo, in questo Anno, per rendere pubblica la professione del Credo” (8).

E’ significativo che il Papa abbia voluto che si possa lucrare l’indulgenza in ciascuna delle realtà e dei momenti di vita ecclesiale dedicati all’approfondire ed al professare la fede. Dunque, non solo per coloro che, nelle dovute condizioni, partecipano a celebrazioni liturgiche o ad esercizi di pietà e di preghiera per la fede e nella fede, ma ancora per tutti coloro che partecipano ad incontri di catechesi, di formazione cristiana e di annunzio missionario.

E cos’è l’indulgenza se non il rimettere, per i meriti di Gesù Cristo, di Maria SS. e di tutti i Santi, la pena conseguente alle nostre mancanze di fede, al nostro smarrire la speranza, al non vivere la carità, e quindi cos’è l’indulgenza se non il darci la possibilità di un nuovo ripartire, di un rimetterci nuovamente e con maggiore disponibilità, con tutto il popolo di Dio, sulla via del Vangelo, dell’aprire la nostra vita e la storia del mondo in cui viviamo al “regno di Dio”?

L’indulgenza è la possibilità che ci offerta, grazie alla Chiesa, di continuare il cammino verso la terra promessa, verso la pienezza della misericordia e della carità di Dio, liberati da quei pesi che potrebbero ancora impedire alla nostra umanità di alzare lo sguardo verso il bene, verso il bene sommo che è la presenza e la volontà di Dio Padre. Oserei dire, allora, che l’indulgenza, concessa per questo anno dal Santo Padre Benedetto XVI è la certezza gioiosa dell’essere Chiesa, del camminare sentendo il sostegno della comunione fraterna di tutti i battezzati; è la certezza di poter crescere nella fede grazie alla fede dei fratelli.

Questo cinquantesimo anniversario, allora, e l’Anno della Fede che oggi si apre, sono davvero, e vogliono essere, un tempo di gioia per la Chiesa, un tempo di speranza per tutti i credenti; un tempo di rinnovata apertura e di più intensa consapevolezza della grazia del vivere credendo, ovvero del vivere in adesione piena al Vangelo di Gesù Cristo, del vivere alla presenza di Dio.

“Gioisce la Madre Chiesa”. La gioia è sempre fiducia nella presenza del bene. La gioia nella fede è sempre certezza della grazia che salva, della presenza di Dio che illumina di senso nuovo il cammino della storia dell’umanità. In questo senso la gioia della Chiesa, la gioia nella fede è sempre anche profezia, annunzio di tempi nuovi, di nuova chiamata alla grazia ed alla salvezza. Lo diceva ancora il Papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio: “… persone, pur ardenti di zelo… Nei tempi moderni non vedono che prevaricazione e rovina… Nel presente momento storico la Provvidenza ci sta conducendo ad un nuovo ordine di rapporti umani… e tutto, anche le umane avversità, dispone per il maggior bene della Chiesa”.

La possibilità dell’umanità di calcolare sempre ogni cosa con il metro delle sue conoscenze e nell’interesse delle sue sicurezze, può facilmente portare, come spesso è accaduto nella storia, a guardare con sfiducia ogni passaggio verso una dimensione nuova, soprattutto quando il nuovo sembra negare o demolire ciò che è già consolidato e ordinato. Ma, come diceva il Papa, in ogni tipo di organizzazione sociale, in ogni tipo di situazione storica: “la Chiesa Cattolica, innalzando la fiaccola della verità religiosa, vuol mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà… partecipa ad essi (gli uomini) i beni della grazia divina, che elevando gli uomini alla dignità di figli di Dio, sono validissima tutela e aiuto per una vita più umana”.

In questa prospettiva, Giovanni XXIII sentiva di concludere il suo discorso con toni intensamente profetici: “Il concilio che inizia, sorge nella Chiesa come un giorno foriero di luce splendidissima. E’ appena l’aurora: ma già il primo annunzio del giorno sorgente di quanta soavità riempie il nostro cuore! Tutto qui spira santità, tutto suscita esultanza”.

Dopo cinquanta anni, credo che possiamo riconoscere la verità di quanto il Papa affermava con la sicurezza delle anime grandi, delle anime che vedono sempre oltre, e possiamo rendere grazie al Signore ed ai Padri conciliari che, attenti alla voce dello Spirito di Dio, ci hanno donato un’immagine della Chiesa rinnovata, un’immagine della Chiesa attenta ad incontrare la vita dell’umanità per essere come Gesù, e con Gesù, portatrice di una presenza di salvezza, una presenza che è capace di rendere nuove tutte le cose e di annunziare, come ci ha riportato la pagina del Vangelo di Luca che abbiamo appena proclamato, “l’anno di grazia del Signore”.

L’anno della fede

La contemplazione gioiosa della sua vocazione, la speranza vissuta nella sua chiamata, rende la Chiesa sempre più consapevole della sua fede, sempre più disponibile a seguire il Cristo suo Signore, certa nell’annunzio del suo Vangelo, forte nella fiducia che la apre al futuro. Per la sua fede, la Chiesa sente di essere chiamata ad un cammino di più intensa attesa del regno di Dio, ed è  pronta, come una vergine che, nella notte, attende, con la lucerna accesa, lo sposo che viene.

La fede della Chiesa, ovvero di noi che, per il battesimo abbiamo la grazia di appartenere a Cristo, di noi che per l’ascolto della Parola di Dio e per la celebrazione della sua salvezza nei sacramenti siamo costantemente chiamati a vivere ogni tempo della nostra vita in comunione con la sua eternità, è la fede propria del chicco di frumento che si abbandona fiducioso nelle mani di chi lo raccoglie come un frutto prezioso e poi lo lancia incontro alla terra perché in essa germini nuova abbondanza di vita. Certamente la raccolta del frutto è come un momento di giubilo, di gioia che contempla il mistero abbondante della grazia della vita. La fede è il riconoscere che tutto ci viene da Dio e che, come ha fatto Gesù, nelle sue mani vogliamo affidare la nostra vita, lasciando che sia Lui, che sia la sua Provvidenza a lanciarci nelle realtà e nelle circostanze in cui essere chiamati a donare la vitalità di cui Egli ci ha voluto partecipi.

Questa fede, che non è semplice affermazione di un’opinione sull’origine del mondo, né una superficiale affermazione di valori utili ad un ordinato convivere degli uomini tra loro, è , invece il pieno essere coinvolti nella presenza di Dio, il seguire come chiamati a vita nuova il Cristo suo Figlio, il lasciarsi orientare dalla potenza dello Spirito della santità dell’amore. E’ la fede che rinnova il mondo, che ci permette di vivere ogni circostanza ed ogni opportunità della storia come un valore, come una ricchezza che è vera perché accolta e vissuta secondo il giudizio ed il cuore di Dio.

E’ per la fede, infatti, che riconosciamo il creato come un’immagine della bellezza e della bontà del Creatore. E’ per la fede che ogni realtà della natura ci appare come una parola di Dio e ci apre al dialogo con l’eternità liberandoci dalla tentazione del consumare ogni cosa nel nulla.

E’ per la fede che possiamo riconoscere in ogni uomo, in ogni presenza umana, un fratello, una sorella con i quali condividere i talenti ed i carismi che ci fanno ad immagine di Dio, che ci fanno capaci di comunicare e di condividere il dono della vita. E’ per la fede che  possiamo fare nostre e offrire ad ogni uomo e donna che vive in questo mondo le gioie e le speranze nel bene.  che trovano nella presenza del Signore Gesù e nella sua carità la pienezza della grazia e della salvezza.

E’ per la fede che sentiamo di poter essere guidati dallo Spirito Santo nell’attenzione al bene comune. E’ per la fede, che viviamo come vocazione l’interessarci e l’essere protagonisti della storia civile e sociale del mondo. E’ per la fede che dedichiamo il nostro impegno ad organizzare le risorse e le possibilità dell’umanità nella verità e nella giustizia.

E’ ancora per la fede che non solo sentiamo di poter essere partecipi di una solidarietà capace di scavalcare i confini e di essere, come il Buon Samaritano, pronti a raccogliere l’umanità caduta e ad essere vicini alle sue ferite e a condividere nuove speranze di vita, ma viviamo, con generosa attenzione di ricerca, lo studio delle potenzialità della terra e di quanto la Provvidenza mette nelle nostre mani per uno sviluppo sereno ed equilibrato della realtà umana.

Questa fede, il vivere nella fede e cercare la fede come un dono vitale, come la moneta caduta nel pavimento della casa e cercata dalla donna smuovendo tutti i mobili della sua casa, come la perla preziosa acquistata dal mercante a prezzo di tutte le altre sue perle, come ci narra Gesù nelle parabole evangeliche, questa fede deve poter essere come la porta attraverso cui si entra in un modo nuovo e diverso di contatto con la realtà.

Cristo Signore è la porta della nostra fede.

Attraverso di Lui e con Lui, seguendo Lui, come i pescatori, come l’esattore delle tasse, come il dottore della Legge, incalzante persecutore, che diventarono suoi Apostoli, noi tutti siamo chiamati a vivere e a giudicare, a pensare e ad amare la vita nella nuova dignità di figli di Dio.

Gesù è il nuovo Mosè che guida il suo popolo verso la Terra Promessa.

Riconosciamo che non è la stessa cosa guardare il mondo con gli occhi e con il cuore di un uomo schiavo oppure con gli occhi e con il cuore di un uomo libero. Mosè guidò il popolo d’Israele nel passaggio che cambiò per sempre ed in modo totale il vivere di quegli uomini.

Gesù ci ha redenti dal peccato. Egli ci fa passare dalla condizione di peccatori, servi delle nostre stesse limitatezze, alla condizione di chi può alzare lo sguardo alla libertà del bene, alla pienezza della vita come figli dell’unico Padre e mossi dal suo Santo Spirito. E’ questo il grande miracolo della festa

E’ vero, in un tempo difficile di smarrimento e di incertezze e confusioni, abbiamo bisogno di ricomprendere la grazia della fede che abbiamo ricevuto, ma rendiamo grazie al Dio della vita ed alla nostra santa Chiesa che ci offre ancora un tempo di grazia, un tempo in cui potremo più intensamente ed autenticamente imparare a dire: “Io Credo”.

Gesù che ci ha promesso la costante presenza dello Spirito di verità, ci doni ancora il Paraclito, ci doni Colui che ci apre alla conoscenza del dono di Dio, Colui che, vivo e presente nei nostri cuori, ci permetterà di conoscere e amare Dio come il Padre di Gesù Cristo e, per sua misericordia, Padre nostro”.

Ringraziamo la Prof.ssa Maria Luisa Coppola nell’ausilio per riportare e diffondere il messaggio di S.Ecc. mons. Angelo Spinillo in merito alla sua relazione di apertura dell’Anno della Fede nella Cattedrale di Aversa.