Iraq, mons. Sako: i cristiani mediorientali, tra islam di Stato e fondamentalismo

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Le trasformazioni che i Paesi del Medio Oriente stanno affrontando negli ultimi anni rischiano di fomentare il fondamentalismo. Mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, spiega all’agenzia AsiaNews che la minoranza cristiana, abituata a vivere sotto l’islam di Stato, deve cercare il dialogo con i suoi concittadini musulmani e spiegare loro che è possibile vivere insieme con rispetto reciproco e dignità. Sulla primavera araba e il tentativo occidentale di importare il proprio modello di democrazia, l’arcivescovo ribadisce: tentativi inefficaci, meglio puntare sull’educazione dei giovani. Da anni la geografia politica del Medio oriente – in Iran, Iraq, Egitto, Tunisia, Libia – ha iniziato a subire trasformazioni. Tali cambiamenti preoccupano molto le minoranze religiose ed etniche, soprattutto cristiane. Un Medio oriente diviso in Stati etnici, come spesso si parla, distrugge il mosaico del pluralismo millenario, senza portare alcuna soluzione. Con un islam di Stato, i nostri cristiani orientali hanno in realtà trovato un modo di vivere più o meno positivo. Abbiamo vissuto per 14 secoli insieme, in una convivenza pacifica anche se condizionata. Noi cristiani orientali siamo consapevoli del nostro futuro in questi Paesi a maggioranza musulmana. Senza semplificare o esagerare, comprendiamo che nell’islam lo Stato e la religione camminano insieme e non possono essere distinti. Anche in quei Paesi cosiddetti laicizzati non c’è mai stata una separazione dei due poteri, come nel caso dell’occidente. Oggi invece, la situazione è cambiata del tutto. L’islam fondamentalista sta crescendo e diventando un fenomeno sempre più preoccupante. I fondamentalisti vogliono che la legge islamica (Shari’a) diventi la legge fondamentale dello Stato, per salvaguardare la loro identità religiosa ed etnica (umma, comunità di veri credenti) dall’occidente “ateo e corrotto”. Il Corano insegna ai musulmani che l’islam, la religione insegnata da Maometto, il profeta più grande di tutti, è l’unica religione vera e completa. Per questo predicano la necessità di una guerra santa (Jihad) per proteggerla e propagarla. Ma questo può diventare molto pericoloso. La primavera araba ha portato una forte richiesta di democrazia e di riconoscimento dei diritti della persona. Ma al di là della propaganda internazionale, questa idea è purtroppo qualcosa di formale, che appartiene a principi teorici e non alla realtà concreta. Ora come ora il modello europeo democratico non funziona nel Medio Oriente: ci vuole molto tempo perché esso sia applicabile ed esige una nuova cultura e la formazione dei giovani. Noi minoranze cristiane, che viviamo in questi Paesi da sempre, per avere un futuro dobbiamo contare solo su noi stessi, sapendo che l’occidente è guidato solo da interessi economici e politici, sempre legati al petrolio. Bisogna dire ai nostri concittadini musulmani in modo chiaro e senza ambiguità che noi siamo parte integrante di questa popolazione. Noi siamo cittadini originali di queste zone: abbiamo contribuito molto alla formazione della cultura musulmana, durante il califfato degli omayyadi e degli abbasidi; eravamo i protagonisti del rinascimento della nazione araba nel 18mo secolo; oggi, vogliamo mantenere il nostro ruolo fianco a fianco. Dobbiamo dire loro: vi rispettiamo e vi amiamo perché Dio è amore e ci ama tutti. A nostra volta, vi chiediamo di rispettarci così come siamo e di rispettare la nostra religione. Solo così potremo fidarci gli uni degli altri, e stringere sempre di più i nostri rapporti. Per questo, è necessario studiare insieme le ragioni delle nostre paure e delle nostre speranze. Con coraggio e sincerità, dialogare del nostro destino comune con i fondamentalisti, i fratelli musulmani, i salafiti, le autorità sunnite e sciite. E mostrare loro la nostra lealtà, il nostro impegno e la volontà di vivere insieme con rispetto e dignità. (R.P.)

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