Viviana Normando

Il contributo dei cattolici all’unità d’Italia

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Nel dibattito in corso circa il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, si ripete lo scenario classico in cui Stato e Chiesa si contrappongono, rivendicando ognuno le ingiustizie dell’altro. Ma è appena arrivato in libreria un libro dal titolo “I cattolici che hanno fatto l’Italia” che offre un punto di vista nuovo il grande contributo dei cattolici al processo di unificazione.

A cura della professoressa Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, il volume edito dalla Lindau contiene i contributi di Andrea Pennini, Franca M. Azzalli, Oddone Camerana, Simona Trombetta e Grazia Loparco.

Come ha scritto nell’introduzione la Scaraffia “questa raccolta di saggi si propone di affrontare il tema cattolici e Risorgimento da un punto di vista più ampio di quello preso in considerazione abitualmente, cioè lo scontro istituzionale fra Stato e Chiesa”.

Quello che emerge dalla accurata documentazione è che “ci sono stati molti cattolici, anche religiosi, che hanno contribuito in svariati modi a creare una nazione unita socialmente e culturalmente”.

Grande il grande contributo delle congregazioni di vita attiva, soprattutto quelle di origine piemontese come i salesiani e le figlie di Maria Ausiliatrice, o le suore carcerarie della marchesa di Barolo, le quali hanno realizzato politiche sociali di grande valore con i governi che si sono susseguiti al potere nei primi decenni dell’Italia unita.

In termini civili queste iniziative hanno avuto il merito di anticipare, la conquista dei diritti fondamentali della donna e dell’uomo in un periodo in cui la preoccupazione della società civile era quella di “fare gli italiani”.

L’aspetto più straordinario di questo fenomeno di grande e profonda emancipazione civile è che nasce come riflesso a indubbie violenze e prevaricazioni nei confronti dei cattolici.

In seguito alla soppressione dei beni ecclesiastici avvenuta nella metà dell’800, sono sorte nuove congregazione di vita attiva, che – precisa la Scaraffia – “hanno costituito una rete di istituti assistenziali, in prevalenza scolastici o ospedalieri, ma anche nuove case editrici, società per azioni o banche con finalità sociale, che hanno accompagnato le realizzazioni dello Stato in questi campi, spesso precedendole, e garantendo aiuto e assistenza soprattutto nei luoghi più trascurati e per le fasce di popolazione più disagiate”.

In quegli stessi anni Torino e il Piemonte diventano culla e scuola di una generazione di santi impegnati nelle opere di carità.

Osserva a questo proposito Franco M. Azzalli che: “È stato accertato che tra santi e beati e persone in via di beatificazione nativi od oriundi piemontesi dell’800 sono circa 90; altri 150 sono per così dire in ‘lista di attesa’: non si trova altro esempio nella storia della Chiesa di una tale concentrazione in una regione e, ancor più precisamente, in una città”.

Santi e beati leggendari, come san Giuseppe Benedetto Cottolengo, le cui opere di carità nel campo della sanità e dell’accoglienza delle persone che gli ospedali rifiutavano sono gigantesche.

E poi san Giuseppe Cafasso che Pio IX indicò come la “perla del clero italiano”. Un santo che passò la sua vita ad accompagnare e assistere i condannati a morte e a confessare i tantissimi fedeli che lo cercavano.

Cafasso fu maestro di Giovanni Bosco, fondatore delle congregazioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, uno dei santi più prolifici in opere di bene della storia della Chiesa.

E poi ancora san Leonardo Murialdo, un sacerdote che a partire dagli oratori dedicò tutte le sue forze a favore della gioventù della periferia torinese, dei carcerati, dei giovani lavoratori, dei ragazzi di strada. Tra le iniziative a favore dei giovani studenti ed operai il Murialdo promosse l’apertura delle case-famiglia, per ospitare coloro che non avevano la possibilità di pagarsi una camera in albergo.

C’è un altro personaggio che ruotava attorno agli stessi circoli torinesi e che pur non essendo santo ha contribuito enormemente con il suo eroismo all’Unità d’Italia e al riconoscimento dei diritti umani: Silvio Pellico. Ardente patriota, Pellico venne arrestato e condannato a morte dagli austriaci. La pena venne poi commutata in quindici anni di carcere duro da scontare nella fortezza dello Spielberg a Brno in Moldavia.

Rimase in carcere per otto anni. Quando uscì scrisse “Le mie prigioni”, che indicato come “il libro più famoso che sia mai stato scritto a Torino”, venne diffuso in tutta Europa e arrivò anche negli Stati Uniti. Il Principe di Metternich arrivò a dire che questo libro aveva danneggiato l’Austria più di una battaglia persa.

Straordinaria la riflessione del Pellico che invece di lamentarsi sul male e sull’ingiustizia della condanna, raccontò del bene e dei vari conforti che pure l’avevano consolato. Il suo approccio ai problemi carcerari fu rivoluzionario, perchè mise fine all’idea della detenzione come castigo crudele, proponendo invece il recupero dell’animo e della persona.

Fonte, Zenit.org, di Antonio Gaspari.

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